Gli stemmi · 13

Angelo M. Mancini

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Benevento · 21 maggio 1743 – 9 maggio 1745
rieletto: 9 maggio 1745 – 14 maggio 1748

Sigillo di Angelo M. Mancini

Il 29 giugno 1743, l'abate Angelo Maria Mancini, il giorno stesso in cui riceveva la comunicazione ufficiale del breve apostolico del 21 maggio 1743, col quale veniva designato visitatore apostolico della congregazione verginiana, indiceva la dieta definitoriale dei verginiani, da celebrarsi il 7 luglio successivo (B 186).

Essa si svolse a Montevergine in forma estremamente sbrigativa: si lesse il breve del 21 maggio 1743; si cantò il Te Deum (non sappiamo sino a che punto i sentimenti dei religiosi corrispondevano alle espressioni di giubilo di questo canto!); si prestò obbedienza, secondo il solito, al nuovo superiore della congregazione.

Da quel momento l'abate Mancini comincia subito ad usare dei pieni poteri, conferitigli direttamente dal sommo pontefice, senza sentire il bisogno di ricorrere al voto e al parere degli abati e priori della congregazione, che del resto egli sapeva contrari ai suoi pensieri e alle sue azioni. Istituisce una deputazione di quattro abati (l'ex abate generale Del Re e gli abati Fulgenzio Stinca, Luigi D'Auria e Ferdinando M. Rossi) per la determinazione della misura dei cibi per i religiosi.

L'abate Mancini, ambizioso quanto mai, una volta giunto alla carica suprema della congregazione, cercò di cattivarsi l'animo dei sudditi e di guadagnarsi i superiori locali facendo leva su quei motivi che potevano riuscire adatti allo scopo. Perciò, modificando gli ordini dati nel capitolo generale dell'aprile del 1742, ordinò che gli abati usassero la mantelletta e i religiosi le berrette nere nelle funzioni ecclesiastiche (RC V, 251).

Subito dopo questa dieta, il Mancini pensò di ricevere la solenne benedizione abbaziale. Benché egli fosse abate dal 23 giugno 1723, non aveva ancora ricevuto tale solenne benedizione, perché poteva usufruire, come gli abati di secondo ordine, del privilegio in uso prima della costituzione Commissi nobis, del 1725.

A stretto rigore, avrebbe potuto ricevere questa benedizione dall'abate Girardi, che rimaneva ancora giuridicamente l'abate generale della congregazione, anche se sospeso dall'ufficio per il breve del 21 maggio 1743; ma il Mancini ovviamente si guardò bene dal ricorrere all'abate che egli aveva sbalzato dal seggio generalizio. Perciò si rivolse al vescovo di Sarno, Mons. Francesco De Novellis, e questi eseguì il sacro rito il 14 luglio 1743, assistito dagli abati Letizia e Del Giudice.

Qualche giorno dopo, il 18 luglio, il visitatore apostolico inviava una lettera circolare a tutti i monasteri della congregazione, allegandovi pure una lettera dal cardinale Sacripante, del 9 luglio, riguardo a questa visita apostolica. Quindi, prendendo contatto più diretto e immediato coi superiori locali e coi religiosi di tutta la congregazione, preparò sollecitamente una seconda edizione delle nuove costituzioni, ottenendo, per mezzo del cardinale protettore, una nuova approvazione dal sommo pontefice (breve Praecipuas Romano Pontifici, del 21 marzo 1744).

Come la prima edizione era dedicata al cardinale Passeri, così questa seconda reca il nome del cardinale Sacripante, di cui si ricordavano le benemerenze già procacciatesi verso la congregazione verginiana. Non si ometteva di accennare che già per l'edizione del 1741 egli aveva dato il suo valido apporto perché allora fosse approvato quel testo; si insiste più ancora nel ricordare la sapienza, la pazienza, l'industria e l'opera da lui impiegata perché queste costituzioni, di nuovo mutate e accresciute (come si richiedeva da moltissimi verginiani che avevano fatto ricorso al cardinale), fossero riapprovate e confermate da Benedetto XIV.

Per la loro promulgazione venne indetta una dieta straordinaria, che ebbe luogo il 17 maggio di quell'anno 1744. Naturalmente tutti le accettarono e sottoscrissero con quella obbedienza, riverenza e unanime consenso che era indispensabile.

Perché poi nessuno si fosse potuto scusare di ignoranza riguardo alle nuove costituzioni, esse erano state ripubblicate.

Allo scadere del primo anno da che l'abate Mancini era stato nominato visitatore apostolico e vicario della congregazione verginiana, il sommo pontefice con altro breve Motu proprio, del 24 marzo 1744, confermava il Mancini, non più sino allo scadere del generalato dell'abate Girardi (come era detto nel breve del 21 maggio 1743), ma a beneplacito della Sede apostolica: e questo, allo scopo di poter conseguire i risultati auspicati dalla visita apostolica. Con lo stesso breve il papa confermava come convisitatore l'abate Letizia, segretario Pascasio Anicio, e definitori lo stesso Letizia e gli abati Del Giudice, Tiberio Barone e Decio De Nicolais.

A completare il quadro delle supreme cariche della congregazione, era nominato procuratore generale Albenzio De Rogatis (Reg. 6238).

Senonché il breve pontificio non poteva entrare in vigore senza il regio Exequatur. Frattanto fu celebrato il capitolo generale del 26 aprile 1744; ma, appena giunse il desiderato regio Exequatur, seguì subito la dieta straordinaria del 17 maggio, nella quale, come abbiamo detto, furono promulgate le nuove costituzioni nella loro forma definitiva.

All'approssimarsi della scadenza del generalato dell'ab. Girardi, da parte di ben 17 dei 22 abati della congregazione verginiana fu presentata alla S. Sede una supplica, perché permettesse che, nel capitolo generale di quell'anno, si potesse procedere alla elezione dei superiori della congregazione a tenore delle costituzioni, approvate dallo stesso sommo pontefice, elezioni che ora venivano impedite dal breve pontificio del 24 marzo 1744, procurato da due soli religiosi verginiani per i loro fini particolari.

La segreteria del papa, l'11 marzo 1745, trasmise la supplica al cardinale protettore Sacripante, perché, intendendosi col cardinale sagretario di Stato, si desse opera per sedare le divisioni introdotte nella congregazione verginiana (B 186).

Per allora la voce degli abati della congregazione rimase sopraffatta dalla potenza dell'abate Mancini e dall'alta protezione di cui egli godeva il dominio incontrastato presso il cardinale Sacripante. Perciò le cose continuarono a svolgersi con un governo generalizio, malvisto dalla stragrande maggioranza dei verginiani.

A questo riguardo abbiamo un documento molto significativo, la minuta di una relazione dell'abate Mancini al cardinale Sacripante sulla visita apostolica che si stava svolgendo nella congregazione verginiana.

Il Mancini dichiara che suo impegno è stato quello di stabilire la regolare osservanza, di promuovere la scienza, «di spiantare affatto gli abusi sinora tollerati» (B 199). Perciò egli aveva imposto, in virtù di santa obbedienza, la piena osservanza delle regole monastiche, con particolare riferimento agli abusi segnalati dal cardinale.

Non erano mancati particolari provvedimenti contro singoli religiosi che si erano resi colpevoli di gravi trasgressioni e contro i novizi di Montevergine, seguendo in questo il principio di «non lasciar impuniti quei falli che meritano gastigo, non meno per correzione dei delinquenti che per esempio degli altri». Viceversa poi aveva premiato i meritevoli. In modo tutto particolare aveva mirato a «restringere i giovani studenti in un tenor di vita, a lor competente, obbligandoli ad apprendere quelle scienze adattate alle loro capacità».

Dato, perciò, il breve pontificio del 24 marzo 1744, il capitolo generale del 9 maggio 1745 si risolse in una pura formalità. Celebratasi la messa conventuale e raccoltisi tutti gli abati e i priori vocali, l'abate Mancini tenne il consueto discorso esortatorio e, data l'assoluzione generale, fece leggere il breve di Alessandro VII Contra ambientes. Quindi, si sciolse la seduta. Il resto fu eseguito dall'abate Mancini coi suoi definitori.

Passando ora a trattare dell'opera svolta dal Mancini nei cinque anni del suo regime e degli avvenimenti principali della congregazione in questo periodo, ci si presenta in prima linea la solenne e sacra ricognizione del corpo di S. Guglielmo il 17 giugno 1745.

Abbiamo potuto già parlare altrove della diffusione del culto e della vita di S. Guglielmo, promossa dall'abate Mancini.

Intanto, nel 1732, a causa del terremoto del 29 novembre di quell'anno, era tutta crollata la chiesa di quel monastero. Nel riedificarla, si credette bene di costruirne di pianta una più decorosa e più ampia. Quando essa fu terminata, si procedette alla ricognizione del corpo di S. Guglielmo. Era presente l'abate generale Mancini, assistevano molti abati e monaci della congregazione, partecipavano al sacro rito un gran numero di altre persone, accorse per la circostanza. Stendeva l'atto pubblico il sacerdote D. Filippo Cione, pubblico notaio apostolico.

Le sacre reliquie si trovarono «sopra il gradino dell'altare vecchio, e proprio sotto la statua di marmo di detto glorioso Santo, dentro un tumulo di marmo», in una cassa di piombo che recava un'iscrizione della ricognizione, effettuata dall'abate Urbano De Martino nel 1647.

Naturalmente l'abate Mancini appose un'altra iscrizione in cui diceva che, essendo caduta la vecchia chiesa e ricostruita la nuova, lo stesso corpo di S. Guglielmo abate veniva riposto nell’altare dal titolo dello stesso SS. Padre, nostro fondatore, il 17 giugno 1745.

Scoperto il sepolcro, vi si trovarono ossa sufficienti a comporre un corpo intero, eccettuato il sacro Teschio, che era conservato dentro la testa d'argento della statua, ed eccettuata una porzione del braccio, che si conservava in un reliquiario d'argento a forma di braccio, e una porzione di mano, che si conservava in un braccio d'argento a Montevergine. Vi si trovarono, inoltre, due giarre di creta, nelle quali c'erano dei frammenti minuti di ossa e della terra, e un'altra cassettina ugualmente ripiena di ossa.

Tutto fu rimesso poi al suo posto, e «dentro una carrafina di vetro» l'abate Mancini mise il testo del decreto della ricognizione effettuata.

Col capitolo generale del 9 maggio 1745 terminava ufficialmente il tempo del generalato dell'abate Girardi. Si dovette allora procedere all'esame della sua amministrazione. Nonostante tutto, l'esame risultò pienamente positivo, e gli esaminatori, il 19 luglio di quell'anno, poterono constatare che si era comportato bene e fedelmente (RC V, 280).

Applicando le nuove costituzioni, l'abate generale tenne la dieta annuale del 1° maggio 1746 coi soli definitori, visitatori e capitolari. Così, per la prima volta, si traduceva in pratica quello che era stato un vecchio voto dell'abate Giordano nella metà del secolo XVII.

La S. Sede era messa continuamente al corrente dell'opera che andava svolgendo l'abate Mancini e, coi suoi interventi, corroborava le decisioni prese o dava ulteriori facoltà e licenze.

Così, il 16 gennaio 1747, veniva datato un altro breve pontificio, col quale il papa innanzi tutto commendava lo splendore degli studi e l'osservanza regolare, reintegrata dall'abate Mancini nella congregazione e perciò lo confermava visitatore apostolico della stessa congregazione ad arbitrio della S. Sede; confermava ugualmente per definitori gli abati Del Giudice e Barone, mentre, al posto di Decio De Nicolais e Nicola Letizia, sostituiva rispettivamente Fulgenzio Stinca e Gennaro Rinaldi. L'abate Letizia passava procuratore generale, al posto di Albenzio De Rogatis, che vi aveva rinunziato a causa di infermità (Reg. 6246).

Sulla scorta di questo nuovo breve pontificio, debitamente munito di regio Exequatur, già il 10 aprile l'abate Mancini inviava una lettera circolare, comunicando il contenuto dello stesso breve (B 199) e indicendo la dieta annuale per il 23 aprile. Anche questa volta, essa si tenne a Loreto, dove si promulgarono le nuove cariche e si passò ai soliti atti della distribuzione delle famiglie monastiche e della nomina dei superiori locali (RC V, 300 sgg.).

Pochi mesi dopo, l'11 luglio 1747, il cardinale Passionei comunicava all'abate Mancini la facoltà di poter concedere la indulgenza plenaria in articulo mortis, anche per mezzo dei suoi delegati, da impartirsi secondo la formula prescritta nel Rituale (Reg. 6247). Era questa come il preludio della lettera enciclica di Benedetto XIV (19 marzo 1748), nella quale il papa concederà a tutti i generali degli ordini regolari di poter largire l'indulgenza plenaria in certi determinati giorni dell'anno (B 293).

L'abate Mancini, constatando che la congregazione si trovava assai scarsa di religiosi, e questo perché vi erano pochi novizi forniti di quelle qualità e requisiti richiesti, inoltrò una supplica alla S. Sede per aver la facoltà di poter ammettere nel noviziato 6 ragazzi in qualità di probandi: licenza che venne concessa il 2 ottobre 1747 (RC V, 306).

Da questa data possiamo contare l'inizio del probandato verginiano.

In questi anni non vennero trascurate le fabbriche del santuario, almeno in quello che maggiormente urgeva.

Si provvide al rivestimento in pietra della scarpata, nella parte del giardino, cioè nel prospetto orientale della badia.

Per quel che si riferisce alla costruzione di Loreto, essendo terminate le vertenze con Ospedaletto e Mercogliano, nell'estate del 1746 si poterono riprendere i lavori con la massima energia.

Intanto, il 13 giugno 1745, era morto l'architetto Domenico Antonio Vaccaro; nella direzione dei lavori subentrò l'architetto cav. Michelangelo Di Blasio, il quale però, anziché portare a termine fedelmente il disegno elaborato dal suo predecessore, apportò alla fabbrica molte e sostanziali modifiche. Egli, infatti, dopo aver accuratamente osservato il disegno del Vaccaro su Loreto, pur avendone ammirato la vasta e nobile idea direttiva, vi ravvisò dei difetti notevolissimi, particolarmente riguardo al lato della portineria e al maschio o castello centrale, che doveva costituire la vera e propria residenza abbaziale.

Omettendo in questo luogo la relazione dettagliata dei cambiamenti introdotti e le ragioni che spinsero il nuovo architetto a portare a termine la fabbrica come oggi si vede, vogliamo solo sottolineare che, in due anni di lavoro, sotto il regime dell'abate Mancini, e cioè negli anni 1746-48, si spesero per la fabbrica di Loreto più di 7533 ducati, completandone rapidamente il rustico delle fabbriche.

Anche qualcuna delle antiche esenzioni comincia di nuovo ad aver valore nella rinnovata corte di Napoli. Infatti, il 22 agosto 1746, noi troviamo l'esenzione dal pagamento di 85 ducati, per il cavallo che tutti dovevano pagare alla corte regia: e questa esenzione era motivata dal fatto che i feudi di Montevergine erano passati all'Annunziata di Napoli.

In seguito, nel 1753, si ebbe un altro riconoscimento delle franchige della congregazione e si presero dei buoni provvedimenti a riguardo (B 58). Queste esenzioni non si estendevano alla tassa per l'onciario, che il monastero pagava ai comuni in cui aveva i suoi beni. Così, troviamo pagamenti, in questo senso, in San Massimo, Pietrastornina, Pietradefusi, Grottaminarda, Paternopoli, Frosolone, Roccabascerana (B 123: a. 1749-62). Ma anche su questo punto, nel 1753, vi furono ordini e provvisioni della Real Camera a favore di Montevergine (B 58). Però, proprio su queste esenzioni fiscali s'incominciò una lite, per la quale sia il 22 giugno 1753 sia il 2 ottobre 1754 gli abati generali domandarono, con lettere circolari, il parere dei superiori locali sulla sua prosecuzione (B 58: a. 1753-54).

Ma anche per l'esenzione dalle tasse per il catasto si insistette da parte della congregazione verginiana (B 58: a. 1758).

Con l'abate Mancini ricominciano le elezioni di abati titolari con diritto ad occupare la prima abbazia vacante nella rispettiva provincia monastica dell'eletto. Il primo esempio ci si presenta con Venanzio Pironti, che viene eletto direttamente da Benedetto XIV, con breve dell'11 gennaio 1748, col diritto ad assumere il governo della prima abbazia vacante nella provincia salernitana. I titoli all'elezione provengono dal fatto che il Pironti ha insegnato per 9 anni filosofia e teologia dogmatica nei monasteri di Casamarciano, Capua, Aversa e Napoli, ed è stato priore nel monastero di Avellino (a. 1744-45). Frattanto, finché non si verifica la successione nel governo abbaziale, egli godrà di voce attiva e passiva e di tutti gli altri diritti e privilegi spettanti agli abati titolari. Il breve venne accettato dal definitorio durante il tempo del capitolo generale, il 14 maggio 1748 (Reg. 6251).

Un breve analogo ricevette Luigi de Nicolais, di Cervinara.

L'esempio fu subito seguito da Gaetano Moscati, che inoltrò domanda alla S. Sede per ottenere questa dignità abbaziale. La S. Sede, il 26 aprile 1748, rimise la cosa completamente al definitorio, ma nel caso che questo fosse di parere favorevole, veniva espressamente esclusa la voce attiva nei capitoli. Avutosi il regio Exequatur il 7 maggio, il 14 dello stesso mese, durante il capitolo generale, il definitorio emise il decreto per cui il Moscati poteva succedere al governo della prima abbazia vacante nella sua provincia.

In questo modo passò pure il quinquennio dell'abate Mancini e col capitolo del 14 maggio 1748 si poteva riprendere la prassi abituale della congregazione verginiana, entrando decisamente nell'alveo delle costituzioni. I padri capitolari riacquistavano la piena libertà di eleggere i loro superiori maggiori secondo quel turno di province, che la nomina del Mancini aveva turbato negli ultimi anni.

L'abate generale passò al governo del monastero di Marigliano, dove però chiuse gli occhi alla vita terrena non molto dopo, il 30 gennaio 1750, all'età di 58 anni e 7 mesi.

Tra i progetti che l'abate Mancini non riuscì ad attuare si deve porre quello del nuovo ordinamento dell'archivio. Egli ne aveva affidato l'incarico ad alcuni religiosi della congregazione; ma il difetto di metodo nel lavoro e l'idea poco chiara di ciò che si voleva eseguire frustrarono il generoso tentativo. Si cominciò, infatti, con la trascrizione integrale delle pergamene; ma un tal lavoro divenne oltremodo lungo e laborioso, cosicché ben presto quei volenterosi religiosi furono stanchi e sfiduciati di poterlo portare a fine.

All'abate Mancini nessuno può negare le belle doti intellettuali e la soda formazione nelle scienze sacre e profane, come pure giustamente vengono lodate dai suoi contemporanei le sue doti oratorie, che egli manifestò soprattutto sui pergami di Napoli. Ma, di fronte a queste qualità positive, non se ne possono tacere altre meno nobili.

Già nel 1736 approfittò volentieri di un opuscolo, scrisse sul governo dell'abate Federici, per mettere in mostra i suoi lavori letterari; più ancora, egli è tutto proteso a mettersi in luce nella redazione delle nuove costituzioni e nelle Adnotationes alle medesime.

La brama di giungere ad ogni costo alla suprema carica della congregazione gli fece presentare alla S. Sede lo stato della congregazione, visto con occhio strabico: per attribuirsi la lode di un rinnovamento totale nelle cose dei monasteri verginiani, stravisò la situazione di fatto mettendola in una luce, che non era la vera, tanto che i suoi contemporanei non esitarono a incolparlo di aperte falsità.

Riguardo al carattere e al modo di governare, il maestro dei novizi, Fabio Ciampi, nel Necrologio Verginiano, scritto appena pervenuta la notizia della sua morte, indulgendo al vezzo solito in simili elogi, dice che il Mancini esercitò la carica di visitatore apostolico e generale della congregazione «con tanto zelo e piacevolezza, quali doti l'erano così naturali, che lo rendeano piacevole a tutti ed amabile, che da ognuno veniva amato e riverito» (NV 36).

Possiamo solo ammettere che, una volta al governo della congregazione, abbia cercato in tutti i modi di farsi perdonare e di far dimenticare il modo come vi era giunto.

Il suo sigillo presenta uno scudo sagomato di gusto barocco, partito e semitroncato, circondato da una bordura e accompagnato da un'iscrizione disposta circolarmente lungo il margine. Di quest'ultima sono ancora riconoscibili i frammenti «[ANGELVS MARIA] MANCINI. VIC [?]. APLCUS. …», verosimilmente riferibili al nome e alla dignità ecclesiastica del titolare.

Lo scudo è sormontato da un galero con sei nappe per lato, elemento distintivo dell'araldica ecclesiastica e, in questo contesto, riferibile alla dignità abbaziale.

Nel fianco destro araldico compare l'arme della Congregazione Verginiana, mentre nel fianco sinistro araldico è rappresentata l'arme personale dell'abate. L'accostamento delle due armi esprime così la duplice identità del titolare: da un lato la dignità e l'appartenenza alla Congregazione, dall'altro la propria identità personale.

Nella parte superiore dell'arme personale compare un braccio che impugna due ramoscelli di palma, sormontato da tre stelle disposte a triangolo. Le palme, nella tradizione iconografica cristiana, sono attributo del martirio e della vittoria spirituale e possono richiamare la perseveranza nella fede e la gloria celeste. Il braccio può essere letto, in senso simbolico, come immagine di forza e di azione.

Le tre stelle costituiscono un motivo frequente nell'iconografia cristiana. Il numero tre può richiamare la Santissima Trinità, mentre la stella è tradizionalmente associata alla luce, alla guida e alla speranza. In ambito devozionale può inoltre assumere un significato mariano, in rapporto alla Vergine. La disposizione triangolare delle tre stelle rafforza la possibile lettura trinitaria dell'insieme.

Nel complesso, l'arme personale di Angelo Maria Mancini riunisce dunque elementi di carattere cristiano e devozionale

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