Gli stemmi · 02

Carlo Cutillo

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Pietradefusi · 9 maggio 1683 – 27 aprile 1692

Sigillo di Carlo Cutillo

Allo scadere del generalato dell'abate Faiella, secondo le disposizioni vigenti doveva essere eletto abate generale uno della provincia di Terra di Lavoro e di Benevento. Come al solito, i capitolari convennero a Montevergine, dove, come primo atto, si procedette all'elezione dei tre priori vocali. Questa volta essa riuscì particolarmente laboriosa, in quanto, oltre al priore Albenzio Cortone, che riportò il numero maggiore di suffragi, ben cinque priori ebbero per diverse votazioni sempre lo stesso numero di voti. Alla fine, il Cortone rinunziò spontaneamente alla sua elezione e come priori vocali furono scelti, fra quei cinque, i tre più anziani di professione, cioè Eusebio Della Lizza, Desiderio De Franco e Marino Bellottolo mentre rimasero esclusi Francesco De Porcariis e Martino Bianco.

Quando poi si fu sul punto di procedere all'elezione dell'abate generale, l'abate Carlo Cutillo si fece avanti presentando un breve del papa Innocenzo XI, del 9 aprile 1683, col quale il sommo pontefice nominava Motu proprio lo stesso Cutillo abate generale per un triennio, a cominciare dalla data del presente capitolo generale.

Ai capitolari non rimaneva altro da fare che accogliere con docilità e riverenza la nomina.

Che cosa abbia spinto il papa a questo intervento diretto nell'elezione, non sappiamo con certezza. Si ripeteva lo stesso gesto, compiuto 21 anni prima, nel 1662, da Alessandro VII, quando nominò abate generale Gian Giacomo Berardi. Il breve di nomina non lascia trapelare nulla, perché è redatto con il solito formulario, che troviamo in simili documenti pontifici. Non si accenna neppure all'interposizione del cardinale protettore Casanate, anche se si può essere sicuri che l'iniziativa sia partita proprio da lui.

Il Cutillo aveva al suo attivo dieci anni di priorato nei monasteri di Terranova, Lauro e Castelbaronia, e dodici anni di governo abbaziale, dei quali l'ultimo triennio come definitore visitatore. Essendo stato a Roma ben sei anni come procuratore generale e come abate di S. Agata, era ben noto al cardinale protettore e alle sacre congregazioni romane.

Il Cutillo si mise subito all'opera con molto impegno. Fra gli altri ordini, da lui impartiti in quello stesso capitolo del 9 maggio 1683, non si possono trascurare quelli riguardanti la buona disciplina dei monasteri, con l'obbligo da parte dei religiosi di consegnare tutte le scritture che fossero nelle loro mani e riguardassero gli interessi della congregazione (RC IV, 18; B 213: 11 maggio 1683).

Ad agevolare l'andamento del suo governo, giunsero molto provvidenzialmente, il 5 giugno 1685, i 2000 ducati, rimessigli dal principe di Venosa come quietanza della lite per il casale di Calvi, di cui ci siamo occupati più sopra (B 113).

Intanto, allo scadere del triennio di governo del Cutillo, il papa con un nuovo breve, datato il 16 marzo 1686, credette bene di confermare l'abate generale per un altro triennio. Il sommo pontefice riconosceva che il Cutillo aveva esercitato il suo ufficio con somma fedeltà, prudenza e integrità (RC IV, 48 sg.). In questa circostanza non mancò neppure una lettera del cardinale protettore all'abate generale e ai padri capitolari, perché si progredisse sempre meglio nell'osservanza regolare.

Le misure straordinarie della S. Sede continuarono ancora allo scadere del secondo triennio di generalato del Cutillo, quando egli venne confermato ancora per un terzo triennio al governo della congregazione (15 febbraio 1689).

Era la prima volta nella storia di Montevergine che un papa confermava direttamente per un terzo triennio un abate generale.

La fine del primo triennio di governo dell'abate generale fu funestata da un doloroso furto sacrilego al santuario, di cui i religiosi si accorsero solo verso la fine del mese di aprile 1686, e che poterono constatare accuratamente in un solenne sopralluogo il 29 aprile di quell'anno.

Il processo fu affidato alla diligente cura dell'abate decano di Montevergine, che in quel momento era Matteo Galdieri; e questi, a sua volta, incaricò Gallo Gallucci, lettore di filosofia a Montevergine, per la compilazione del processo.

Si riscontrò che la caraffina dove si conservava il latte della Madonna, era stata asportata da un albero d'argento, dove pendevano molte piccole reliquie. Queste erano state portate tutte via, eccetto una sola; da un altro albero d'argento, dai cui rami pendevano le reliquie dei dodici apostoli, era stato rubato un ramo con due reliquie; dal reliquiario di S. Antonio Abate era stata portata via una parte della guancia sinistra e un po' dell'occipite, dove si osservavano dei segni fatti con strumento da taglio. Infine, mancava una delle due ampolline, in cui si conservava il sangue dei ss. Giovanni e Paolo.

Il giorno seguente, 30 aprile, dall'interrogazione di molti padri di Montevergine, si concentrarono i sospetti sul vetraio mastr' Antonio Rosa, sardo, che aveva lavorato al santuario nel settembre-ottobre precedente (B 321).

Effettivamente le reliquie rubate erano state trasportate in Sardegna e, almeno in parte, andarono a finire in un convento di Carmelitani. Il ricupero di una parte della refurtiva si poté avere parecchi anni dopo, nel 1700, per opera del verginiano Eustachio Violante, che fu inviato appositamente nell'isola, validamente coadiuvato da un religioso insulano, fra Angelico Ferrily. Purtroppo, come riconosceva fra Angelico, era doloroso il vedere ridotte in frammenti quelle che erano reliquie insigni.

Inoltre, non furono lievi le pretese dei padri carmelitani, presso i quali erano state depositate quelle reliquie superstiti. Fra l'altro, si fu costretti a lasciar loro una insigne reliquia di S. Antonio abate (loc. cit.).

Durante il generalato dell'abate Cutillo si ebbe anche un altro furto sacrilego, nella notte del 23 marzo 1690. Furono rubati al santuario dieci candelieri e due giare grandi di argento, del valore complessivo di 1500 ducati. L'abate generale, il 12 aprile di quell'anno, fece pubblicare un bando, nel quale si prometteva un premio di 100 ducati a chi avesse rivelato l'autore del delitto (B 321).

Ma pare che siano riuscite vane tutte le cure per scoprire i colpevoli e per ricuperare la refurtiva.

Più fortunato fu il Cutillo nel continuare l'opera dei suoi predecessori nella difesa della esenzione della congregazione dalle indebite ingerenze dei vescovi locali.

Già il 3 giugno 1683, il protonotario apostolico Domenico M. Corsi spediva una inibitoria alla nunziatura di Napoli, perché non s'ingerisse in una causa criminale riguardante il padre Silvio Martucci, di Capua, perché unico tribunale competente per le cause di Montevergine era la S. Sede, come era già stato definito con sentenza di Ludovico d'Aquin, del 27 novembre 1671 (Reg. 6043). Perciò si dichiarava nullo il precetto emanato dal nunzio di Napoli all'abate generale, di tenere sotto sicura custodia il Martucci, in un carcere della congregazione, per poi tradurlo al carcere del suo tribunale. Cadevano con ciò le minacce, comminate dal nunzio all'abate generale, delle pene più gravi, come la privazione di voce attiva e passiva, della scomunica ecc. (Reg. 6076).

Lo stesso Domenico Maria Corsi, il 24 novembre 1684, dietro istanza del monastero verginiano di Carife, grancia e dipendenza di S. Giovanni della Valle di Castelbaronia, ribadì ancora una volta l'esenzione di tutte e singole le case della congregazione verginiana dalla giurisdizione degli ordinari dei luoghi. Perciò ammonì il clero di Carife a desistere da ogni molestia contro quel monastero. Naturalmente, se avevano delle ragioni da far valere, fossero ricorsi alla Curia romana, unica competente in questa materia, trattandosi di religiosi esenti (Reg. 6078).

Un altro documento, redatto dallo stesso Corsi, reca la data del 28 marzo 1686, e si riferisce alla nunziatura di Napoli. Questa aveva accolto un ricorso di Nicola e Giacomo De Leonardis, di Ospedaletto, contro il vicario della giurisdizione di Montevergine, pur non avendo alcun potere di giudicare nelle cause riguardanti le terre e gli uomini di Mercogliano, Ospedaletto, Pietradefusi, Feudo ecc., perché paesi soggetti nello spirituale e nel temporale alla giurisdizione di Montevergine. Anche questa volta la S. Sede insisteva che ogni causa riguardante i monaci e i sudditi e vassalli di Montevergine era avocata a Roma per diritto (Reg. 6081).

Quando il Corsi, il 2 settembre 1686, fu creato cardinale, le cause di Montevergine, a lui affidate, passarono ad un altro protonotario apostolico, Carlo Bichi. Questi, il 24 luglio 1687, ricalcò il chiodo della esenzione di cui godeva la congregazione verginiana. Questa volta l'occasione era offerta dall'ospedale dell'Annunziata di Napoli e dai suoi ufficiali o governatori, i quali, nonostante i privilegi pontifici e imperiali di Montevergine, avevano osato apporre un sequestro contro il monastero per la somma di 10.500 ducati, e questo - secondo la tesi di Montevergine - non solo senza effetto, ma ingiustamente e senza giurisdizione. La conclusione è la solita in questi documenti: in ogni lite tra l’Annunziata e Montevergine si dichiara giudice competente solo la Sede apostolica (Reg. 6084).

Ma l'ospedale dell'Annunziata continuava a non tener conto delle decisioni pontificie sulla esenzione della congregazione verginiana e, costituitosi attore, l'aveva tratta in giudizio presso il vescovo di Teano. Si trattava sempre della stessa causa, adombrata nel documento precedente, e cioè dei 105 ducati annui che Montevergine avrebbe dovuto corrispondere all'Annunziata e che aveva smesso di pagare dal 1608 in poi; ora questi, aggiunti gli interessi, raggiungevano la vistosa somma di 10.500 ducati. La S. Sede si pronunziò considerando nulla ogni eventuale decisione e sentenza di quel vescovo, perché quella causa doveva trattarsi esclusivamente nei tribunali della Sede apostolica (Reg. 6086).

L'ultimo documento del Bichi, nella sua qualità di protonotario apostolico, riguardante Montevergine, è del 27 agosto 1689. L'abate generale Cutillo aveva esposto alla S. Sede che l'abbazia di Montevergine ab immemorabili godeva del pacifico possesso di dare licenza di vendere qualunque cosa, di qualunque qualità e quantità, nella montagna di Montevergine e intorno al monte, in cui è posto il santuario, in modo privativo riguardo a tutti, come egli poteva agevolmente dimostrare. In forza di tale asserzione, la S. Sede, per mezzo del Bichi, spediva un monitorio generale, perché nessuno osasse turbare il monastero in questi suoi diritti (Reg. 6090).

Questo documento ci immette in quella gravissima vertenza che venne suscitata, nell'ultimo decennio del secolo XVII, a causa del piazzale dei Tigli, che si trova davanti al santuario, e di cui ci occuperemo diffusamente più giù (cf. Parte II, cap. III). Qui ci basti accennare che già da secoli alcune delle popolazioni, soggette nello spirituale e nel temporale alla giurisdizione dell'abate generale, si erano mostrate insofferenti del giogo del vassallaggio verso l'abbazia. Non erano neppure mancate delle manifestazioni di aperta ribellione e sollevazione contro l'abate, come abbiamo avuto occasione di notare, volta per volta, nei periodi precedenti della presente storia. Da quando, poi, erano cominciate le interminabili controversie tra Montevergine e l'ospedale dell'Annunziata di Napoli l'atteggiamento ostile di quelle popolazioni era aumentato grandemente per due ragioni: prima di tutto, perché si erano alquanto offuscati i limiti dei diritti che erano rimasti all'abbazia dopo la Magna Concordia del 1567, a tutto vantaggio di quelli che erano passati all'ospedale dell'Annunziata; e poi, in quanto i governatori dell'Annunziata e i loro numerosi manutengoli aizzavano positivamente quelle popolazioni contro l'abbazia, per rendere sempre più grave la posizione di Montevergine, e così costringere, indirettamente, l'abbazia a desistere dalle gravi pretese nei riguardi dell'ospedale.

Alle questioni generali tra l'Annunziata e Montevergine, riguardanti la legittimità dell'unione delle due istituzioni, avutasi nel 1515, con tutte le conseguenze che ne derivarono, si aggiungevano delle vertenze particolari, come quella per certe tenute boschive sulla montagna di Montevergine e sui diritti che ognuna delle due parti pretendeva sul Piazzale dei Tigli.

Particolarmente in quest'ultima controversia il Cutillo ebbe una parte quanto mai importante nella strenua difesa dei diritti del monastero, mostrando una fermezza a tutta prova. Con ciò si vide come la scelta, fatta direttamente dalla S. Sede, dell'abate generale della congregazione verginiana, fosse stata veramente felice, perché egli seppe difendere con somma energia i diritti dell'abbazia. Purtroppo, i tempi non gli permisero di cogliere quei frutti che le sue fatiche meritavano.

La lunga e disastrosa lite per il Piazzale dei Tigli assorbì, e in parte paralizzò, l'ultimo triennio del governo del Cutillo. Essa si protrasse sino alla fine di maggio del 1700, interessando così altri tre abati generali.

Comunque, il Cutillo godette sino alla fine la stima del papa Innocenzo XI, che lo aveva eletto; e quando contro di lui si scatenò la tempesta di vili calunnie, lanciate da alcuni indegni vassalli di Mercogliano, aizzati dai soliti governatori dell'Annunziata di Napoli, egli trovò aiuto e sostegno nel cardinale Orsini, invocato e ottenuto come visitatore apostolico della congregazione verginiana e della diocesi Nullius.

Questa volta si erano trovati tutti d'accordo, verginiani mercoglianesi, nel porre gli occhi sul cardinale arcivescovo di Benevento, che poi doveva salire sulla cattedra di S. Pietro col nome di Benedetto XIII; ma, quando l'intemerata giustizia del cardinale fece pesare sui colpevoli, contumaci e protervi, il rigore delle pene canoniche, non mancò qualche voce stridula ad accusare il cardinale di essere passato dalla parte dei verginiani, quasi avesse rinnegato praticamente quei principi di giustizia e di equità, che egli era venuto ad applicare.

Ma la luce dell'illustre porporato non venne offuscata, e il suo ricordo tra i verginiani è rimasto in perenne benedizione.

Allo scadere del terzo triennio di generalato del Cutillo, non sedeva più sulla cattedra di S. Pietro il papa Odescalchi; era pure passato velocemente il pontificato di Alessandro VIII (il papa, che col suo accentuato nepotismo offuscò altre buone qualità di governo, che non gli facevano difetto) e, dal 12 luglio 1691, sedeva sul seggio pontificio Innocenzo XII.

Il capitolo generale fu tenuto a Montevergine nel solito tempo, la terza domenica dopo Pasqua, sotto la presidenza del cardinale Orsini, incaricato dal papa con apposito breve.

Il Cutillo fu eletto dai padri capitolari procuratore generale a Roma; ma il 13 settembre 1694, il papa lo nominava vescovo di Minori, facendolo succedere a Mons. Gennaro Crespino, che dal 19 luglio di quell'anno era stato trasferito alla sede di Squillace.

Il Cutillo fu consacrato a Roma dal cardinale Bandino Panciatico il 19 settembre.

Non possiamo qui trattenerci sul decennio di episcopato del Cutillo in Minori, dove morì nel dicembre 1704 (Ritzler-Sefrin,V. p. 270): possiamo solo dire che questa nuova attività del Cutillo coronò degnamente quella esercitata nella congregazione verginiana, in quanto a Minori procedette al restauro della cattedrale, eresse il seminario diocesano e costituì un Monte di Pietà, opere che analogamente avrebbe potuto lasciare a Montevergine e nella sua diocesi, se la tristezza dei tempi non gli avesse come legato le mani nei suoi lunghi anni di governo.

Qui, come a conclusione della sua opera di abate generale a Montevergine, vogliamo solo accennare, che egli curò la ristampa della Regola con le costituzioni del 1599, affinché ogni religioso, avendo tra le mani il codice della Regola, avesse potuto trovare continuamente quell'alimento vitale per il cammino verso la perfezione monastica.

Non c'era bisogno di leggi nuove, ma si richiedeva un'osservanza più perfetta di quelle già esistenti. E anche questa era una sapienza suggerita dallo Spirito di verità.

Il sigillo presenta forma ovale ed è circondato da un bordo cordonato sul quale corre l'iscrizione identificativa del titolare, leggibile come: D. CAROLYS. COTILLV. ABBAS. GENERAL … .

Lo stemma è sormontato dal cappello prelatizio a sei nappe per ciascun lato, tipico della dignità episcopale dell’abate.

Lo scudo, di forma spagnola, è circondato da elementi decorativi e presenta all’interno una figura di volatile (un gallo o una chioccia) con pulcini ai lati e sopra il dorso, che si poggia su un terreno stilizzato. Si può ipotizzare che l’immagine riprodotta sia legata al suo ruolo di abate generale di Montevergine e poi vescovo di Minori, in quanto può essere letta come un'immagine della sua funzione di guida, protezione e custodia della comunità religiosa e dei fedeli.

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