All'approssimarsi del termine del suo triennio di governo, l'abate Aurisicchio si preoccupò di avviare per tempo le pratiche per la celebrazione del prossimo capitolo generale.
Riguardo ai votanti, si era avuto il dispaccio, di cui abbiamo fatto parola, col quale tutti e tre i fratelli Bevere erano stati riconosciuti come aventi diritto al voto attivo e passivo.
Il re, nel concedere il permesso per la celebrazione del capitolo generale (10 dicembre 1792), si era riservato di farvi presiedere un vescovo o un magistrato, se ve ne fosse stato bisogno, e sempre a condizione che gli atti emessi non avessero alcun effetto prima della sua sovrana approvazione.
Quest'ultima clausola era ormai entrata nell'uso per tutte le norme legislative e disciplinari; quanto alla nomina di un missus dominicus, date le circostanze generali di tempo, poteva anche non dispiacere ai superiori maggiori della congregazione, perché, in tal modo, potevano celebrarlo con più tranquillità e con meno sospetti da parte delle autorità governative. Comunque, effettivamente, non ve ne fu bisogno, e lo stesso abate Aurisicchio presiedette alle sedute.
Riguardo ai capitolari, mentre per i due vescovi eletti, Toppi e Vassallo, procedette senz'altro all'elezione dei loro successori, invece, dopo la morte dell'abate Giulio De Angelis, avvenuta il 9 agosto 1792, non si poté giungere all'elezione del suo successore, e allora il re, il 19 febbraio 1793, stabilì che il suo voto venisse sostituito con quello di un priore della provincia napoletana.
Le cose erano andate in questo modo. Nel capitolo generale del 4 ottobre 1789, Giulio De Angelis era stato nominato abate di S. Agata di Roma ma, in seguito alla visita apostolica del cardinale Doria, della quale abbiamo fatto cenno, al suo posto, con breve apostolico, era stato eletto abate di quel monastero D. Giacinto Normandia, che allora copriva l'ufficio di suo vicario. Il De Angelis dovette ripartire immediatamente da Roma. Ne morì di dispiacere, in sua casa in Napoli (NV 78v).
Per alcuni anni il monastero di Roma rimase staccato dalla congregazione finché poi vi si riunì in qualche modo nel 1796, per opera del cardinale Busca, protettore della congregazione.
Espletate tutte le pratiche preliminari, il 24 marzo 1793 l'abate presidente inviò una lettera circolare a tutti gli abati e priori verginiani, indicendo il capitolo generale per il 21 aprile.
Anche questo capitolo doveva svolgersi in un clima infocato.
Erano venuti meno i mettimale Toppi e Vassallo; De Ruggiero e Fiorilli erano rinsaviti; Eugenio Mauro aveva conseguito il suo scopo con la rielezione nel monastero di Capua. Ma, purtroppo, il cattivo esempio, dato dai dissidenti del passato, era divenuto contagioso, e in questo capitolo si fa tristamente notare l'abate Angelo M. D'Amato, nativo di Napoli, ma aggregato alla provincia beneventana. Anche lui, naturalmente, si appoggiò, nella sua azione, allo zelo per la lettera delle costituzioni e per la legislazione civile in materia ecclesiastica.
Di quest'abate abbiamo già avuto occasione di parlare nel 1782 quando l'università di Candida, al solo sentire che lo si voleva mandare in quel monastero come superiore, aveva presentato al re un forte reclamo contro di lui. Ma il D'Amato, con gli appoggi di cui godeva in Napoli, aveva potuto far rigettare le accuse sporte contro di lui (B 221). Un altro segno di benevolenza da parte del re, il D'Amato lo aveva avuto con la conferma ad abate di Aversa.
Ora egli, in un ricorso al re, dopo aver fatto appello alle doti, richieste dalle costituzioni nell'abate presidente, osava aggiungere: «Si dubita intanto dal supplicante che la scelta del novello abate generale possa cadere in qualche soggetto non adorno di tutte e di qualcheduna delle mentovate qualità pre- scritte dalle costituzioni e comandate con vostra real carta». Quindi, non si peritava di invocare dal re una provvista diretta dell'abate generale: «E perciò il supplicante ricorre dalla Maestà Vostra e la supplica ordinare ... quel soggetto che sarà dotato di più esperienza e prudenza, quali doti certamente si acquistano con lungo governo, di maggior esemplarità di costumi, e di maggiori meriti della congregazione».
Non era difficile capire dove il D'Amato mirasse; ma i verginiani non dormivano, e il procuratore generale vegliava attentamente agli interessi della congregazione. Perciò ottenne dal re, il 13 aprile, un dispaccio, perché nel prossimo capitolo generale fosse regnato il buon ordine, la moderazione e la pace. A questo scopo veniva ordinato al padre generale presidente che badasse a tagliar corto a tutte le cavillose dilazioni, che potessero essere messe in campo da qualche capitolare.
Il tentativo del D'Amato rimase del tutto frustrato. Egli cercherà di rifarsi fra poco, e vedremo con quale esito.
Siccome qualche inceppo sarebbe potuto sorgere riguardo alla perfetta redazione degli atti, secondo le precise norme che ora si richiedevano, «di cui non sono bene istruiti i monaci» - faceva prudentemente notare il procuratore generale -, si ottenne (16 aprile) che venisse destinato al capitolo, come attitante, il cancelliere della delegazione «senza prendere altra ingerenza».
Così, ancora una volta l'accurato Luigi Izzi redasse gli atti di un capitolo generale dei verginiani.
Al 1° scrutinio risultò eletto all'unanimità assoluta Ferdinando Pastena. Gli aveva dato il voto anche l'abate D'Amato, con quel senso di opportunismo dal quale sperava di trarne qualche vantaggio.
L'approvazione delle elezioni venne molto sollecitamente, perché già il 27 aprile, alla distanza di soli 6 giorni, giungeva la conferma regia del capitolo generale e dei suoi atti.
Entrato in carica il nuovo abate presidente, per la dieta definitoriale venne fissata la data del 5 maggio, in Loreto.
Svoltasi anche questa in tutta regolarità, fu approvata l'11 dello stesso mese.
Approfittarono di quei pochi giorni l'ab. D'Amato e il padre Antonio Scacchi, per inoltrare al re i loro ricorsi, che furono rimessi al caporuota Peccheneda, perché ne esaminasse i motivi e le ragioni addotte e poi riferisse il suo parere.
Il padre Antonio Scacchi, che in quel momento copriva la carica di cellerario nel monastero di Aversa, aveva sentito di essere stato rimosso da quell'ufficio e destinato come semplice religioso nel monastero di Capua, cosa che sarebbe stata - diceva nel ricorso - «a discapito della sua stima e del decoro suo proprio», tanto più che l'abate destinato a Capua (Enrico Pacifico) lo avrebbe preso volentieri come cellerario.
Non ottenne nulla. Allora il padre Scacchi inviò al trono una seconda replica, ma il procuratore Gioacchino Cotinelli rispose diffusamente, punto per punto, «alle doglianze» presentate.
Ma costui voleva ad ogni costo una rivincita alla sua sconfitta, allora mobilitò suo padre, il dott. Ludovico, il quale, il 25 maggio, presentò una supplica al caporuota Peccheneda e una altra direttamente al re, perché suo figlio venisse destinato di stanza a Napoli, per essere da lui assistito, essendo vecchio e ammalato e avendo bisogno del suo aiuto (RC VI, 261).
Di fronte a questo nuovo assalto, il re cedette e, il 13 luglio 1793, ordinò che «prendendo nella debita considerazione le attuali circostanze del vecchio ed infermo genitore», il religioso D. Antonio Scacchi assistesse il padre nelle ore libere dagli uffici di comunità (RC VI, 265v; B 221).
Riguardo all'abate D'Amato, questi era ricorso al re, perché aveva inteso di essere stato destinato a Montefalcione. Ora questa destinazione, secondo lui, si opponeva ad una «real risoluzione» del 12 ottobre 1776, «al suo proprio decoro, all'osservanza del solito praticato costantemente, ed essendo benanche lesiva e di sommo pregiudizio alla propria salute».
E' interessante notare che sia lo Scacchi che il D'Amato credono leso il proprio «decoro» dalle disposizioni della dieta. Non contento di questa supplica, inviata direttamente al re, il D'Amato ne recò un'altra, più dettagliata, al Peccheneda, sempre sullo stesso argomento.
A nome del definitorio, il procuratore generale, il 27 maggio, ribatté a fondo le ragioni di scontento del D'Amato (RC VI, 260v-261).
Continuò ancora, ma inutilmente, un'altra replica del D'Amato, nella quale invano si cercherebbero i grandi principi di spiritualità della vita monastica, profondamente vissuta e sentita.
Lo Scacchi aveva conseguito una piccola rivincita, facendo mettere avanti la vecchiaia e la malattia del padre; il D'Amato, vedendo che le altre ragioni addotte non avevano ottenuto alcun peso nel giudizio dei superiori della congregazione, del re e dei suoi consiglieri, si attaccò infine ai motivi della sua salute, motivi che offrono sempre degli elementi imponderabili. Perciò, il 9 luglio 1793, si fece redigere un attestato dai medici, i quali potevano affermare le malattie avute dal D'Amato e da loro curate, come pure che l'aria di Napoli gli aveva fatto sempre bene.
Così, il 7 settembre 1793 (B 221), ottenne un dispaccio in parte favorevole. Durante le sue attuali indisposizioni poteva dimorare, per il presente triennio, nel monastero di Napoli e gli si sarebbe somministrato quanto gli si doveva dalle rendite di Montefalcione, al quale rimaneva assegnato.
Per il D'Amato era meglio essere un semplice ospite in Napoli, che un abate di governo a Montefalcione. Senonché, ben presto egli cominciò a lamentarsi e a ricorrere al re che non gli era sufficiente quanto il definitorio gli aveva assegnato per il suo mantenimento a Napoli. Ed ecco allora la necessità di spiattellare nella regia delegazione i documenti d'amministrazione di quel monastero di Montefalcione, per dimostrare che le pretese del D'Amato erano infondate ed impossibili ad appagarsi (RC VI, 267v-268v).
Fu richiesto il parere del procuratore generale, e questi, il 17 ottobre, prese una posizione netta contro la richiesta del D'Amato, di avere un'assegnazione annua superiore ai 200 ducati (RC VI, 271-274).
Il D'Amato si sforzò di dimostrare che quei 200 ducati annui non gli potevano bastare. Allora il re, il 16 marzo 1794, ne elevò la somma a 240 ducati, ipotecati sui beni di Montefalcione o, non bastando questi, su altri beni della congregazione (B 58). Ma nello stesso dispaccio gli si diceva apertamente che non brigasse per ottenere di più. Inoltre gli si faceva espressamente capire che, per allontanarsi da Napoli, doveva domandare il permesso all'abate di governo di quel monastero (B 221).
L'abate Pastena volle prendere l'iniziativa per far giungere all'abbaziato D. Prospero Morales, di cui egli aveva potuto sperimentare le belle doti, che in realtà saranno di sommo giovamento per la congregazione sino al 1829, quando esalerà l'ultimo respiro nel palazzo abbaziale di Loreto.
Il Morales era entrato in monastero nel 1771 e l'anno dopo aveva emesso i voti religiosi; ma solo nel 1791 era divenuto priore di Palma con residenza in Castelbaronia in qualità di vice-abate. Ora l'abate Pastena, il 6 maggio 1793, in una supplica presentata al re, espose che nella dieta tenuta il giorno precedente si doveva provvedere al successore dell'abate D. Giulio De Angelis, della provincia napoletana; secondo lui si sarebbe dovuto eleggere Prospero Morales, ma, essendosi accorto che costui non avrebbe avuto i voti favorevoli necessari, ne aveva sospesa l'elezione, rimettendone la conoscenza e l'esame alla sovrana giustizia del re.
Non si può dire che il procedimento dell'abate Pastena sia stato rettilineo.
Comunque, il re, il 28 maggio, concesse quanto era stato chiesto per il Morales, dichiarandolo abate titolare con gli stessi diritti concessi altra volta all'abate titolare Benedetto Canale (RC VI, 261).
L'abate generale si affrettò allora a ringraziare il re, chiedendo insieme di poter convocare la dieta definitoriale per l'elezione dell'abate di regime, mancante nella provincia napoletana (RC VI, 262 sg.). Ma per allora l'autorizzazione non venne, perché era ancora pendente la questione sulla badia di Roma (RC VI, 265v).
Con questo accenno siamo portati ad entrare in merito ad un'altra vertenza, agitata dall'abate Marcello Maffei, definitore capitolare e insieme abate del Goleto. Egli aveva esposto al re l'impossibilità e gli inconvenienti dell'elezione dell'abate mancante della provincia napoletana (voluta ad ogni costo dall'abate generale), dato l'anormale stato del monastero di Roma.
Ma a questo punto s'innesta una vertenza tra l'abate Prospero Morales e il Maffei. Per difendere le loro rispettive ragioni, il Morales elesse come suo procuratore, il 5 luglio 1793, il dott. Pasquale De Nigris, e il Maffei, il 13 luglio, il dott. Paolino Serio.
In breve: da una parte si voleva dimostrare che l'abate Maffei aveva usurpato il governo del Goleto e che, perciò, doveva rilasciarlo in beneficio del Morales o di altro abate della provincia napoletana; e dall'altra si mise in dubbio la vera portata del conferimento dell'onorificenza di abate titolare al Morales e dei diritti annessi.
Il re credette bene, il 18 agosto 1793, di confermare, per il presente triennio 1793-96, l'abate Maffei al governo del Goleto, e di sospendere, fino a nuovo ordine, l'elezione dell'abate mancante della provincia napoletana (RC, 265v; B 221).
Era appena terminata questa vertenza tra gli abati Morales e Maffei, che un altro abate, Adriano Federici, diede subito da fare alla congregazione.
Il 10 settembre 1793 (B 221), all'età di 67 anni, il Federici era stato creato dal re abate titolare, senza possibilità di governo e senza alcun voto nei capitoli; insieme il re gli aveva concesso che gli fosse stata assegnata una residenza fissa in un monastero verginiano, confacente all'età e agli acciacchi della sua salute, con l'esenzione dagli atti comuni: grazia che egli doveva riconoscere unicamente dall'autorità del re e senza che recasse pregiudizio ad alcuno.
Il Federici, dopo un triennio di priorato nel monastero di Avellino (1766-69), non aveva occupato altre cariche importanti nella congregazione, ma solo era stato impegnato nei vari uffici monastici. Ora, appena elevato alla dignità di abate, sia pure solo titolare, incominciò ad avanzare pretese.
In forza del dispaccio regio, il Federici domandò per stanza il monastero di Marigliano, dove già si trovava con l'ufficio di sacrista. Ma, il 21 settembre 1793, l'abate Pastena e il definitore Siviglia gli fecero giungere il precetto formale di obbedienza diportarsi al monastero di Lauro, dove avrebbe goduto le sue onorificenze e le esenzioni concessegli. Il Federici, allora, munito di un certificato medico, rilasciatogli il 16 di quel mese e nel quale si affermava che l'aria di Marigliano gli si confaceva benissimo, osò rifiutare obbedienza e, il 25 settembre, si recò a Napoli, esponendo al re: 1) che essendo stato assegnato dalla dieta a Marigliano, non poteva essere rimosso nel corso dell'anno; 2) che avendo il re ordinato per lui una residenza fissa, questa doveva essere scelta da lui stesso, che conosce gli incomodi della sua salute ed ha esperienza dell'aria che gli fa bene, e non già dall'abate presidente, «che niente sa del temperamento e salute dell'esponente»; 3) che in Marigliano vi sono, se si vogliono, rendite sufficienti per mantenerlo.
Le due parti dovettero difendere le rispettive posizioni davanti al re. A tal proposito, l'abate Pastena si valse, ma inutilmente, anche dell'opera dell'avvocato Salvatore Pastena, creato avvocato e procuratore del monastero di Montevergine e di tutta la congregazione, in tutti gli affari (RC VI, 266v).
Ma alla fine, per le solite ragioni di salute, la vinse l'abate Federici, e rimase in Marigliano sino alla soppressione della congregazione, nel 1807.
Abbiamo ora accennato come di sfuggita alla procura generale, fatta dall'abate presidente nella persona di suo fratello Salvatore Pastena. Ma anche questo fu occasione di disgusto nella congregazione. Infatti, l'abate Gioacchino Cotinelli, che era stato eletto procuratore generale, con quella procura si vide menomato nel suo ufficio e nelle sue attribuzioni. Ricorse, perciò, presso il delegato della regia giurisdizione, esponendo la sua meraviglia nel vedere presentata presso quella stessa delegazione siffatta procura «colla quale si dà al medesimo la facoltà di poter agire per tutte le cause della congregazione e dei suoi monasteri in ogni tribunale». Reputandosi il Cotinelli, in forza della sua nomina, responsabile davanti a tutta la congregazione delle cause e vertenze in atto, sosteneva che spettava a lui il «costituire il procuratore laico secondo la qualità delle cause medesime».
Viceversa l'abate presidente difendeva la tesi opposta, interpretando in senso più ristretto l'ufficio di procuratore coperto dal Cotinelli. Ma questa interpretazione, alla fine, venne rifiutata e prevalse la tesi del Cotinelli (RC VI, 267, 271v-274).
Ma con ciò si era creato un dualismo tra l'abate presidente e il procuratore generale Cotinelli, che avrà in seguito le peggiori conseguenze.
Se in questa vertenza col Cotinelli, le ragioni dell'abate Pastena si mostrarono deboli e finirono per essere rifiutate, vi fu un altro ricorso dell'abate presidente, che merita tutta la nostra attenzione e simpatia.
Il 29 settembre di quello stesso 1793, l'abate Pastena espose al re che molti religiosi ricorrevano al real trono per avere abbazie in titolo, creando grandi disordini nella congregazione. Perciò invocava le opportune misure contro un male così grave. Facendo poi alcuni nomi, citava, fra questi religiosi alla caccia di dignità, i padri Antonio Adinolfi, Carlo Capochiano e Gregorio D'Elia, fra i molti altri che erano sulle mosse di domandare abbazie. Ognuno di essi - faceva notare l'abate Pastena - «umilia alla Maestà Vostra un elenco di impieghi e cariche occupate in congregazione, come sono quelle di vicario, di cellerario, di sacristano, ed altri consimili di minor considerazione. Quali impieghi si conferiscono dalla congregazione medesima ora ad uno ora ad altro degl'individui suoi, affinché possa ognuno portar le sudette cariche sì per essere notoriamente occupate, sì per non tener tanti individui in un preteso ozio. Ma non troverà mai Vostra Maestà che qualcheduno de ricorrenti produca mai un merito, nascente dalla sua abilità e proprio valore, come di essersi consacrato alle scienze varie ed utili, corrispondenti al suo stato in servizio di Dio, di Vostra Maestà, e del publico, non consacrati alla predicazione evangelica, non addetti al sacro ministero della penitenza nelle diocesi specialmente ove si ricerca un rigoroso esame. Scevri di ogni merito, e soltanto apparenziale di cariche occupate ... e non sempre disimpegnate a dovere, ànno il coraggio di presentarsi al trono della Maestà Vostra, e chiedere badie di titolo, voto nei capitoli per così scavalcare i soggetti veramente meritevoli, offendere i sacri diritti della giustizia distributiva, e divenire indipendenti e senza veruno freno di osservanza delle leggi, ed alcuni finanche dimenticarsi di essere religiosi, sotto mendicati pretesti di mali affettati, ed asserire corporali indisposizioni, chiedere esenzioni da tutti gl'atti communi claustrali », per essere così assolutamente indipendenti «e vivere a proprio capriccio» (RC VI, 270v).
Era questo un linguaggio chiaro e un mettere coraggiosamente la mano su una piaga, che cominciava a farsi cancrenosa. Il caso dell'abate Federici insegnava dolorosamente; ma, nello stesso tempo, questa sincerità non poteva piacere ai molti spiriti mediocri della congregazione e perciò non c'è da meravigliarsi che le opposizioni cominciassero a crescere contro la persona dell'abate Pastena. E questo diede agio all'assolutismo regio di penetrare ancora più profondamente nel campo ecclesiastico della congregazione verginiana.
La coraggiosa rimostranza dell'abate Pastena non valse ad impedire che seguissero ancora delle deplorate nomine di abati titolari. Vi fu qualche rifiuto, come per la domanda presentata dal citato Antonio Adinolfi; ma fu accolta la supplica a favore dell'ex priore Nicola Adinolfi.
Intanto il governo dell'abate Pastena si rese sempre più difficile per l'opposizione e la divisione entrate nello stesso definitorio, in quanto, dei quattro definitori, De Ruggiero e Maffei erano apertamente contrari all'abate Pastena, il Fiorilli gli era in molte questioni ugualmente contrario, e perciò gli rimaneva fedele solo il Siviglia.
Pertanto, trattandosi di convocare la dieta definitoriale annuale, il 30 marzo 1794 l'abate Pastena presentò una supplica al re, esponendogli che il De Ruggiero e il Maffei «si sono complottati contro l'attual governo» a causa della questione dell'abate
Prospero Morales. Inoltre si faceva notare che, nella causa di nullità del capitolo generale del 3 maggio 1789, sostenuta, fra gli altri, dagli abati De Ruggiero e Fiorilli (due degli attuali definitori), Prospero Morales fu colui che prestò contro di essi tutta l'assistenza, essendo allora procuratore dell'abate generale del tempo, Isidoro Bevere. Se poi a questo si aggiungeva che il Maffei aveva di mira di aiutare i consanguinei lettori Emanuele e Gabriele Maffei, si comprende come dovesse essere grave l'opposizione ai disegni che il Pastena voleva attuare.
Altra ragione di opposizione, continuava l'abate Pastena nella sua relazione al re, proveniva dal fatto che gli abati Ramiro Calenda e Massimino Del Tufo, dapprima avevano fatto formale rinunzia ai rispettivi governi di abate decano e di superiore in Castelbaronia, rinunzia che era stata approvata dal re, e ora volevano ritornare al governo delle abbazie. Ora tutto questo, concludeva l'abate Pastena, «interessa il mio decoro, la giustizia, la pace ed il buon ordine della mia congregazione».
Il dispaccio regio del 15 aprile 1794, che fece seguito a questa supplica, recava semplicemente: «Comanda Sua Maestà che si osservino esattamente le costituzioni verginiane, le quali prescrivono che il segretario generale debba durare in tale impiego per molti anni, e sino a tanto che non sia promosso al governo badiale» (RC VII, 10).
Rimaneva ancora pendente la questione degli abati Massimino Del Tufo e Calenda. A favore dell'abate Del Tufo si schierò apertamente il procurato generale Cotinelli con inaudita violenza contro l'abate Pastena, avendo così modo di metter fuori il veleno accumulato nella precedente questione del procuratore dott. Salvatore Pastena. Il Cotinelli moltiplicò ancora gli argomenti contro Prospero Morales, dicendo che la speciale grazia di essere superiore perpetuo nel monastero di Castelbaronia era contro «le leggi dell'Ordine, contro la giustizia e contro la Real Clemenza».
A favore di D. Massimino Del Tufo si presentò pure il notaio Saverio Lanzetta, come «procuratore di molti religiosi della congregazione di Montevergine», e anche lui inoltrò una supplica al re, dicendo che il Del Tufo si sarebbe trasferito come superiore in Palma, finché «gli acciacchi non gli avessero permesso di assumerne il governo» (RC VII, 11).
Più difficile era difendere il Calenda, che il 1° maggio 1793 aveva pregato di essere esonerato dalla carica di abate decano, a causa della sua età avanzata e delle «croniche ... ben note indisposizioni», che lo rendevano assolutamente e fisicamente inabile a poter esercitare tale governo e a poter resistere al clima, all'aria e alla dieta quaresimale di Montevergine. Perciò aveva pregato che fosse assegnato come superiore in S. Onofrio, «il di cui clima - diceva - ho sperimentato molto confacente e salutare» (RC VIII, 13).
Finalmente il dispaccio regio del 26 aprile 1794 dava piena ragione all'abate Pastena riguardo all'assegnazione degli impieghi e delle famiglie nella congregazione, stabilite dall'abate generale e da uno dei suoi definitori, e riguardo alla permanenza negli uffici assegnati. Perciò il Calenda e il Del Tufo dovevano rimanere nei rispettivi priorati come superiori fino allo scadere del triennio (RC VII, 14v).
Con questa vittoria il Pastena poteva celebrare più contento la dieta a Loreto l'l1 maggio 1794. Ma il re aveva provveduto anche al modo come farla celebrare con pace e tranquillità, destinandovi come presidente il vescovo di Avellino e di Frigento, Sebastiano De Rosa, assistito dal cancelliere della sua curia, D. Modestino Spagnolo, però con l'intervento anche del verginiano Agostino Pagano, segretario generale e scriba degli atti (RC VII, 24; B 188: 6 maggio 1794).
Intanto già il 7-9 maggio i padri Giacomo Abignente e Placido Roselli sostennero in scritto gli esami per le dignità, consegnando agli atti le loro risposte (RC VII, 19v-24; B 249), alla presenza del definitorio e del vescovo di Avellino.
Il vescovo, nel presentare gli atti della dieta per la loro approvazione, il 13 maggio, allegò una breve relazione, in cui, fra l'altro era lieto di riconoscere che, eccetto sul punto della durata dell'ufficio del segretario del generale (sul quale i due definitori De Ruggiero e Maffei avevano asserito che la decisione del re era contraria alle costituzioni verginiane munite di regio assenso), tutto il resto era seguito «con piena, perfetta quiete, uniformità, concordia ed armonia» di tutti i componenti del definitorio; «di maniera che fu per me di una sensibilissima tenerezza, e della più grande, consolante edificazione l'aver veduto con quanta placida benignità, paterno affetto ed amorevolezza il padre generale trattava i graduati religiosi del diffinitorio, e con quali sinceri sensi del più rispettoso ossequio, profonda stima e venerazione verso del loro superior questi altri si uniformavano a tutte le di lui proposte, che si ritrovavano giuste, ed alle costituzioni loro non contrarie » (RC VII, 16-17).
Il re diede ascolto alle ragioni presentate dagli abati De Ruggiero e Maffei e quando, il 7 giugno, approvò gli atti della dieta, aggiunse una restrizione: «riserbandosi la Maestà Sua la sua real determinazione così circa la durata dell'impiego del segretario del generale, come circa la controversia tra i due abati Del Tufo e Morales » (RC VII, 31).
Il 12 luglio furono risolte anche queste due questioni, lasciate sospese. Riguardo al segretario del generale, il re confermava la sua precedente determinazione del 17 aprile 1794: il segretario doveva durare in carica molti anni; dopo un decennio di esercizio poteva esser promosso abate, concorrendovi le condizioni prescritte nelle costituzioni e che cioè l'ufficio fosse stato adempito lodevolmente e il padre si fosse impiegato nell'ascoltare le confessioni (B 188).
Per la questione riguardante gli abati Del Tufo e Morales si stabiliva: il Del Tufo per il triennio che decorreva dal maggio 1793 continuasse come superiore in Palma (parallelamente il Morales nel governo di Castelbaronia); terminato il triennio, il definitorio che seguirà assegni al Del Tufo il nuovo governo, tenendo anche presente il Morales per quelle cariche che gli possono competere secondo i suoi meriti (RC VII, 16; B 221).
In questo modo sembrava tornata la pace e la serenità completa nella congregazione.
Perciò, quando, il 27 gennaio 1795, si verificò la vacanza abbaziale di Capua, con la morte di Enrico Pacifico, l'abate generale, per poter convocare il definitorio, senza dover attendere il tempo della dieta generale annuale, ne domandò, lo stesso giorno, la facoltà al cappellano maggiore.
Per ottenere questo permesso, il segretario Agostino Pagano dovette assicurare che l'uso di dare subito i successori alle sedi vacanti si era sempre praticato nella congregazione verginiana, di cui l'ultimo caso si era verificato l'8 febbraio 1788, alla morte dell'abate Domenico Schipani. La ragione principale di quest'uso era per mantenere l'osservanza nei monasteri per mezzo dei rispettivi superiori.
In questo modo, espletate tutte le pratiche, si ebbe abbastanza sollecitamente il nuovo abate nel monastero di Capua. Anche la dieta annuale, il 26 aprile 1795, ebbe luogo senza alcun incidente, cosicché l'abate Pastena, nell'inviarne gli atti alla reggia per l'approvazione, poteva scrivere che si era celebrata «con esattezza, ponderazione, prudenza e carità religiosa» (RC VII, 55).
C'era stata, è vero, qualche rimostranza nei giorni precedenti da parte di Giuseppe Garofalo, abate di Candida, il quale aveva temuto dei cambiamenti arbitrari nella sua famiglia religiosa. Se cambiamenti c'erano stati, questi erano stati richiesti dalle stesse persone componenti quella piccola comunità (cf. RC VII, 50 sg.).
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Le questioni riguardanti le persone dei verginiani non facevano dimenticare o trascurare quelle che si riferivano ai monasteri. Così, quando il 12 maggio 1793 i padri conventuali di Carife di Flumeri scrissero al neoeletto abate generale Pastena, perché tutti insieme reagissero contro la tassa imposta dal vescovo di Trevico e di Flumeri, l'abate generale non si fece pregare due volte, ma diede subito il suo valido apporto, perché venissero rispettati gli antichi privilegi di esenzione dall'ordinario del luogo (B 58), nonostante le restrizioni venute dalle leggi civili vigenti. Queste, infatti, nel sottomettere i religiosi ai vescovi si riferivano esclusivamente alla disciplina. In questo senso, agli ordini precedenti se ne aggiunsero dei nuovi. Così, il 25 giugno 1793, veniva spedito a tutti gli ordinari dei luoghi un dispaccio regio sulla correzione dei religiosi indisciplinati (B 217). Un altro dispaccio del 26 ottobre seguente regolò più esattamente le relazioni tra vescovi e superiori regolari (B 217).
Continuano ancora numerosi gli interventi del re e della sua curia nei riguardi di singoli religiosi, che offrono spesso degli spunti interessanti.
Il 31 agosto 1793 giunge un dispaccio a favore del padre Antonio Pironti, concernente la preminenza concessagli sui lettori, dati i meriti che si era acquistati come «maestro normale» (B 221).
Il 7 novembre 1793 il re dà licenza al padre Silvestro Spasiano di poter assistere la sorella in sua casa (B 221).
Dovette tornare quanto mai seccante per il padre Sigismondo Cassano il sentir spargere calunniose insinuazioni sulla sua amministrazione nel monastero di Massa nel lontano periodo 1757-60, mentre erano passati circa 35 anni. Ricorse perciò al re, e questi, il 27 agosto 1793, ordinò l'effettiva revisione di quei conti di amministrazione. Naturalmente non si trovò nulla contro il Cassano (B 58).
Erano, invece, fin troppo vere le lagnanze con don Matteo Mellusi. Persino suo padre, Francesco, fu costretto a ricorrere al re, perché il figlio l'aveva minacciato di morte (B 324). In questo stato di cose, il 22 settembre 1794, il Mellusi chiese la secolarizzazione (B 247).
Furono trovate futili le ragioni, presentate dal padre Emiliano Ammone, per dispensarsi dall'andare di stanza in Santa Agata di Puglia. Per quell'anno 1794 dovette recarvisi, esercitando l'ufficio di sacristia (B 221).
Danno abbastanza da fare al re e al cappellano maggiore diversi religiosi, tra cui Paolo Pignalvere Simplicio Lucarelli. Quest'ultimo, in una supplica, domandò di potersi recare in Napoli, dove aveva da palesare al re molte cose che si riferivano al re stesso «e precisi interessi e profitti della Corona» (B 221: a.1794). Senonché, egli ben presto dovette cominciare a subire delle gravi misure a suo riguardo, finché non ritornò a un tenore di vita più confacente alla professione monastica
Ci fu bisogno di un dispaccio regio anche per fra Egidio da Napoli, perché potesse professare nel monastero di S. Onofrio di Massadiruta (B 221). Un analogo dispaccio si ottenne l'anno seguente per fra Serafino Longo (o Capolongo) da Cicciano, per poter fare la professione nel monastero di Napoli, date le sue delicate condizioni di salute (B 221).
D. Gaetano D'Agostino, il 30 maggio 1795, poté beneficiare della grazia di vedersi tolto un impedimento agli uffici, che gli proveniva dall'aver dovuto scontare quattro anni di pena (B 221).
Ancora più favorevole fu il dispaccio del 15 luglio 1795 per D. Federico Armenante, al quale si concede di poter essere destinato in un monastero che si crederà più adatto alla sua salute, e che il soggiorno che farà in quello gli debba valere come requisito come se lo passasse al santuario (B 221).
Oggi può sembrare a prima vista abbastanza strano che i familiari dell'ex verginiano Francesco Acquaviva, nel 1795, facessero ricorso al re contro la sentenza di nullità della professione, emessa da costui il 10 novembre 1778, e pronunziata dalla curia di Montevergine il 21 dicembre 1783 (B 221). Questo si spiega molto agevolmente per gli interessi economici che vi erano collegati.
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La congregazione verginiana si stava rimettendo un po' dallo stato di depressione economica in cui era caduta negli anni precedenti, quando altri avvenimenti la fecero precipitare in condizioni forse peggiori di prima. Il 19 settembre 1793 l'abate Pastena è costretto a indirizzare a tutti i superiori locali della congregazione una circolare per notificar loro l'impegno dovuto prendere di concorrere, per cinque anni, con 1000 ducati annui, per aiuti straordinari allo stato. Invitava, perciò, ogni superiore locale a sottoscrivere la sua quota di cooperazione a quest'onere della congregazione (B 58).
In questa circostanza dovette procedere alla redazione dell'inventario dei beni mobili di Montevergine Maggiore (B 38) e poi a un inventario dettagliato delle gioie, dell'oro e degli argenti, come pure delle suppellettili, della cappella della Madonna e dei sacri reliquiari (B 38: 1793-1807).
Il governo, ad evitare che andassero sperperati per altri usi i metalli pregiati esistenti nel Regno, diede severa proibizione di vendere oro e argento. Quest'ordine venne comunicato all'abate generale nel febbraio del 1794 (B 217).
L'anno seguente, la contribuzione allo stato era salita a 1500 ducati. Avendone il monastero di Napoli anticipato il versamento con 1100 ducati di proprio denaro, nel settembre di quell'anno si dovettero stabilire le quote proporzionali per i singoli monasteri (B 58).
Non era terminata questa corresponsione che nell'ottobre fu imposta ai certosini e ai verginiani una tassa straordinaria «pel fondo di soccorso dei Francesi emigrati»: per Montevergine la tassa fu di 4000 ducati (B 58).
La rivoluzione francese, scoppiata nel 1789, andò sempre più peggiorando coi suoi eccessi. L'insurrezione del 10 agosto 1792 portò all'imprigionamento di Luigi XVI e della sua famiglia. Il re venne deposto il 21 settembre 1792 e poi ucciso il 21 gennaio 1793; la regina Maria Antonietta seguì sulla ghigliottina la misera sorte del re.
Contro la Francia si stabilì una coalizione europea, ma Napoli nel 1793 firmò un trattato di neutralità con la Francia. Senonché, poco dopo, il 20 luglio, il re Ferdinando concluse un'alleanza segreta con l'Inghilterra, promettendo navi e seimila soldati contro la Francia nel Mediterraneo. Quando poi gli inglesi occuparono Tolone, Ferdinando si dichiarò aperto nemico della Francia: cacciò i francesi dal regno, intimò all'ambasciatore Makau di lasciare la città e, nel settembre di quell'anno, mandò la flotta napoletana a Tolone, sicuro di una facile vittoria. Invece, la spedizione costò gravi perdite. Quando, il 2 febbraio 1794, Napoli vide riapparire la flotta in cattivo stato, venne a conoscenza delle perdite avute.
Si accentuò allora lo sforzo di reclutamento; ma altri provvedimenti toccarono molto di più la sensibilità dei napoletani: le tasse e le requisizioni.
Era questo il quadro fosco del tempo in cui reggeva la congregazione l'abate Pastena. Possiamo perciò ben immaginare con quanto dolore dovette far eseguire, il 28 novembre 1794, una prima fusione degli argenti di Montevergine.
Dapprima il re aveva imposto solo alla città di Napoli l'obbligo, per le chiese e i luoghi pii, di fondere gli argenti non strettamente necessari al culto, per rimetterne il ricavato alla zecca del Regno, e così accrescere il conio della moneta d'argento. Poi, con un primo dispaccio del 2 agosto 1794, estendeva tutte le chiese del Regno l'invito a quella fusione di argenti delle chiese. Più pressante, ma ancora in termini di desiderio da parte del re, fu un altro dispaccio del 13 settembre successivo.
Siccome poi c'erano stati degli abusi, un terzo dispaccio, del 27 ottobre, chiariva ancora meglio il pensiero iniziale del re. Egli aveva avuto intenzione di «insinuare, e non già di ordinare», che si desse, per gli attuali bisogni, l'argento che si reputava superfluo agli usi del sacro culto; e quindi restava ancora «nella libertà dei ... luoghi pii il rimettere quella quantità, di cui credevano disfarsi». Però, non si ometteva di soggiungere che il re gradiva che si facessero i possibili sforzi per concorrere alle gravi spese dello stato.
Si stabiliva anche un certo compenso per spingere a questa prestazione.
Forzato da queste disposizioni, l'abate Pastena, il 17 novembre 1794, delegava gli abati Fiorilli e Siviglia per l'esame degli argenti giudicati non strettamente necessari. Dalla fusione ne risultarono 43 verghe del peso netto di rotoli 185 e 16 once; essa venne eseguita da Pasquale Iandolo, nella stanza di deposito della farmacia di Loreto dal 20 al 27 novembre, dando all'argentiere come salario 35 ducati.
Montevergine doveva far buon viso a cattiva fortuna, tanto più che il 27 settembre 1793 l'abbazia con tutta la congregazione era stata dichiarata di regio patronato e aveva ricavato almeno il piccolo vantaggio di sospendere ogni ulteriore pagamento all'Annunziata di Napoli (B 295: nov .- dic. 1794).
Intanto, per corrispondere queste tasse straordinarie, Montevergine il 6 febbraio 1795 dovette contrarre un mutuo di 1000 ducati, di cui doveva passarne 500 alla regia corte come sussidio per i bisogni dello stato, e altri 500 ai legittimi eredi di Costanzo Mellino, in conto dei 1569 ducati e 24 grana, che Montevergine Maggiore doveva a costui per i vasi sacri d'argento eseguiti al santuario, secondo lo strumento del 13 agosto 1784, e che ora si erano dovuti fondere, prima ancora di completarne il pagamento (B 48). Un mutuo ancora maggiore, di ben 4000 ducati, si dovette contrarre il 25 giugno 1795 con la baronessa Aurelia Ferrarese (B 309 e 48). Il 1° agosto 1795 l'abate Pastena, comunicando alla congregazione questo debito, dovuto contrarre per raccogliere la somma dovuta versare per gli emigrati francesi di Tolone, faceva seguire l'elenco della spartizione dell'onere sui monasteri (B 58).
Naturalmente anche i singoli monasteri erano costretti a ricorrere allo stesso sistema dei mutui. Il monastero di Montoro dovette prendere in prestito 1000 ducati. Fortunatamente la cosa si poté svolgere questa volta col monastero di Nocera che prestò il denaro. La restituzione sarebbe avvenuta a rate annue di 40 ducati. Anche per questo vi fu bisogno di un decreto della real Camera, del 20 settembre 1795, munito di regio assenso, dato il 18 gennaio 1796.
Non mancarono neppure altri pesi, imposti alla congregazione, sia pure di minore entità. Si dovette accettare come educando Antonio Biondelli, e di questo l'abate generale ricevette un dispaccio di compiacimento da parte del re, nel novembre del 1793; del resto il ragazzo, due anni dopo, emetteva i voti nella congregazione verginiana. L'11 ottobre 1795 Elisabetta Ripa otteneva dal re che i suoi due figli Santamaria venissero educati nella congregazione (B 221).
Nel 1794 la regia udienza di Montefusco, dietro dispaccio regio, impose all'abate generale e al priore dell'Incoronata di Sant'Angelo a Scala, «come superiori dei luoghi pii più ricchi di questa provincia», l'onere di provvedere a due vedove, Teresa Arnone e Angela Maria Lombardi (B 58).
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La leggera ripresa economica dell'abbazia all'inizio del generalato dell'abate Pastena permise a costui di costruire al santuario un nuovo più vasto ospizio, in modo da poter venire incontro alle costituzioni più deboli, mitigando così la stretta astinenza quaresimale, che vigeva in quel monastero montano.
Già da alcuni decenni si era costruito un piccolo edificio fuori della zona di stretto magro, dove i religiosi potevano recarsi a mangiare cibi, altrimenti proibiti al santuario e nelle sue immediate adiacenze. Ora con la costruzione di un edificio più vasto e più comodo si estendeva quel beneficio a tutta la comunità religiosa.
La necessità di questo locale viene così motivata in una relazione ufficiale: «I religiosi non possono più mantenersi in Montevergine coll'antica lodevolissima astinenza ..., perché per effetto della miseria è d'uopo trattarli nel solito luogo quotidianamente di grasso, essendosi incariti i salsumi e tutt'altro che fa di bisogno nella privazione delle carni» (B 61:1781-1821. Cf. B 167:14 ag. 1793).
Lo scopo fu duplice: uno economico, per dare alla comunità, in alcuni giorni della settimana, dei cibi meno costosi dei salsumi, che erano rincarati; l'altro sanitario, per venire incontro alle necessità fisiche di non pochi religiosi, i quali soffrivano di stare al santuario, data la continua astinenza quaresimale che vi si praticava.
La chiarificazione fu necessaria per vincere le opposizioni incontrate da parte di alcuni abitanti di Mercogliano, che volevano impedire tale costruzione, per timori e sospetti circa lo scopo di quella fabbrica: le solite paure della concorrenza, come si era verificato per la costruzione di Loreto circa cinquanta anni prima.
La costruzione poté procedere celermente, cosicché l'anno seguente era terminata e inaugurata. La data scolpita sul portale sta ancora a indicarlo. Prese il nome di Ospizio e servì secondo lo scopo iniziale fino al 1899, quando entrò in funzione l'Ospizio «nuovo», nel versante opposto del santuario.
Nelle condizioni generali del regno s'inquadra logicamente la morsa del cesaropapismo napoletano, che si rese più stretta e opprimente. Il 26 luglio 1794 fu emanata una disposizione per cui, «senza il precedente real permesso, non si pubblichi né si stampi qualunque editto, mandamento, epistola, lettera pastorale e istruzione, anche generale dei vescovi e prelati, pertinenti al governo del clero e delle chiese» (B 217).
Il re si servì del potere assoluto di cui godeva per sostenere il Dizionario storico-geografico del regno di Napoli, di Lorenzo Giustiniani. Siccome all'autore, che stava lavorando per questa opera da 20 anni, mancavano ancora varie notizie necessarie, il re, il 22 dicembre 1794, inviò una circolare agli ordianri dei luoghi e agli istituti ecclesiastici con un questionario al quale dovevano rispondere: tali notizie, trasmesse alla segreteria del re, sarebbero poi state comunicate al Giustiniani (B 221).
Riguardo alla congregazione verginiana, il 1° agosto 1795 il re si decise finalmente a risolvere la questione lasciata in sospeso sul trattamento economico spettante al procuratore generale, trasferitosi da Roma a Napoli. Però tale soluzione era ancora temporanea e riguardava unicamente il periodo di quell'anno sino al dicembre (B 221).
Fu invece di indole generale un altro dispaccio, del 23 novembre 1795: si ingiungeva di richiamare subito nei rispettivi monasteri e case religiose quei religiosi che vivevano fuori dei loro istituti (B 217). Un altro dispaccio dello stesso anno, inviato per conoscenza all'abate generale, faceva stretta proibizione a tutti gli ecclesiastici di recarsi in Napoli senza lettere discessoriali dei loro Ordinari (B 221).
Si mantiene ancora in questo campo dell'assolutismo regio il maggiore dispiacere recato alla congregazione verginiana in questo triennio di generalato dell'abate Pastena: la soppressione del monastero di Capua, avvenuta per ordine del re Ferdinando il 6 luglio 1795.
Se ne dava notizia a Montevergine in questi termini, aridi come un comunicato di guerra: «Convenendo ed essendo necessario a real servizio ed allo Stato, che si mantenga in codesta Piazza di Capoa una guarnigione numerosa di truppe per la regale istruzione della Fantoria, e per le medesime si rendino pratiche in tutte le parti delle regali ordinanze concernenti il servizio militare, il re ha trovato che a tal uopo sia indispensabile la pronta soppressione di codesto monistero dei PP. Verginiani» (RC VII, 76v).
Dell'esecuzione di questa disposizione furono incaricati l'arcivescovo di Capua e il governatore della città. Questa soppressione era il frutto della dichiarazione ufficiale di guerra alla Francia, e perciò dell'intensificarsi degli apprestamenti bellici. La congregazione verginiana non poté fare nessuna rimostranza e dovette nascondere il suo dolore tra le mura dei suoi monasteri.
Fra tanti dispiaceri, avuti durante il suo triennio di governo, l'abate Pastena ebbe almeno la soddisfazione di veder in qualche modo ritornato all'unità della congregazione il monastero di Roma, il che si potè avere dopo che, il 19 gennaio 1796, si ebbe la nomina del card. Busca a protettore della congregazione. Con la stessa data si ebbe, per quel monastero, la cessazione della visita apostolica. In pratica, però, non si poté introdurre nessun cambiamento nella famiglia monastica di quel monastero finché non fosse venuta la sovrana decisione del re, che si era riservata ogni autorità in questo caso, trattandosi di un monastero fuori del Regno, Questa decisione non venne mai, e così i religiosi di S. Agata rimasero sempre fissi a quella casa verginiana fino alla soppressione della congregazione.
In conclusione, il generalato dell'abate Pastena fu scosso da frequenti turbamenti, occasionati spesso da opposizione per partito preso, per opera di un gruppo di malcontenti. Dobbiamo però anche riconoscere che più d'una volta egli vi diede motivo con un agire alquanto dispotico, con misure non sempre rettilinee, non rifuggendo, in qualche circostanza, da reticenze interessate e da interpretazioni insussistenti delle costituzioni. Non si fece voler bene, e non pare che abbia lavorato seriamente per riuscirvi.
Torneremo a parlare di lui quando il re farà abbattere proprio su di lui una furiosa tempesta, nel 1803. Per ora, terminato il generalato passa a reggere il monastero di Aversa.