All'approssimarsi del capitolo generale, il 25 aprile 1716, come altre volte nei tempi passati, il cardinale Imperiali credette suo dovere inviare ai capitolari una sua lettera esortatoria, indirizzata all'eligendo abate generale.
Egli richiama all'osservanza delle costituzioni, ma soprattutto vuole che «s'insista a restringere la libertà dei giovani, dalla quale sogliono nascere degl'inconvenienti, e con essa si rende assai rilassata la loro educazione con sommo pregiudizio della mentovata osservanza; e sì che voglio credere che in questo particolare s'impiegherà tutto il zelo della paternità vostra e di tutto il capitolo medesimo, così mi sarà di somma consolazione il sapere che queste mie premure siano riuscite di profitto per il maggior servizio di Dio e di tutta la congregazione» (RC IV, 301v).
In seguito a tale lettera, letta pubblicamente nel capitolo generale appena terminate le elezioni e la distribuzione delle famiglie monastiche, si credette opportuno di costituire una commissione per poter procedere a una rifusione delle costituzioni e delle dichiarazioni alla Regola. La commissione risultò formata dei seguenti abati: Francesco M. Orsi, Bartolomeo Sorrentino, Giovanni Paolo Torti, Angelo M. Federici (RC IV, 301v-302; В 213: a. 1716).
Il nuovo abate generale, Gallo Gallucci, proveniva da un casale di Atripalda, Aiello del Sabato; apparteneva, perciò, alla provincia monastica di Principato Ultra. Contava circa 59 anni ed era abate da 18 anni.
Nello spirito di rinnovamento spirituale, fomentato dal cardinale protettore, va posta innanzi tutto la deliberazione capitolare di stabilire il 24 giugno come vigilia di S. Guglielmo, secondo il rito che si praticava in casi simili nella Chiesa romana e con obbligo che fosse osservata fedelmente da tutti i religiosi verginiani (RC IV, 301v). Si vollero, inoltre, lasciare alcuni ricordi o provvedimenti, i quali, anche se non dicono nulla di nuovo, fanno però vedere bene su quali punti si volgeva l'attenzione del nuovo abate generale e del suo definitorio.
Nelle abbazie e priorati non doveva mai cessare la recita delle ore canoniche; si osservassero accuratamente le astinenze prescritte e i digiuni regolari; per l'osservanza della vita comune era inviolabilmente prescritta la cassa comune, gli inventari particolari e i depositi fedeli; si sarebbe sradicata la proprietà dei religiosi con abolire del tutto qualunque negozio o guadagno illecito; si interdiceva il prestare denari ai secolari senza previa licenza dei definitori, se si superava la somma di 10 carlini. Per frenare la licenziosa libertà dei giovani, sia chierici che costituiti in sacris, era fatta proibizione ai superiori locali, senza espressa licenza dell'abate generale, di permettere loro il sospendere, gli studi, il pernottare fuori dei monasteri loro assegnati, l'avere pratiche, conversazioni e familiarità con secolari e con persone sospette; viceversa, dovevano essere assistiti con la dovuta carità e assidua vigilanza, in modo che, ben regolati, fossero sanamente educati in ordine allo studio delle lettere e dell'osservanza regolare.
Riguardo ai fratelli, si inculcava che fosse data loro la conveniente istruzione nella dottrina cristiana, né si ometteva la riforma dell'abito e della tonsura.
Ricadeva, invece, in numerose proibizioni precedenti, quella riguardante l'uso della caccia «a scoppietto» fuori dei recinti del monastero, come pure ogni giuoco di carte e farinole, detto d'invito, e il giocare con secolari tanto dentro quanto fuori del monastero.
Tutto questo ci fa vedere come avvicendarsi degli abati generali nel governo della congregazione, se da una parte recava con sé, inevitabilmente, il grave inconveniente di un governo troppo discontinuo con la conseguenza che non si potevano concepire e realizzare piani di lavori (in qualunque settore) dall'ampio respiro, dall'altra dava rinnovate occasioni per una spinta sempre più decisa per quell'osservanza regolare, che costituisce la spina dorsale della vita religiosa.
Appena eletto abate generale, il Gallucci pensò di ricevere la benedizione abbaziale per le mani del card. Orsini. Perciò gli scrisse subito una lettera, alla quale il cardinale rispose il 12 maggio, dichiarandosi disposto per il 21 di quel mese, nella cattedrale di Benevento, nella ricorrenza dell'Ascensione di Nostro Signore.
Il 20 maggio l'abate generale si diresse alla volta di Benevento col suo numeroso seguito, costituito dagli abati definitori visitatori Bartolomeo Sorrentino e Severino Pironti, dagli abati Giovanni Paolo Torti, Urbano De Martino, Giacomo Di Capua e parecchi priori e ufficiali della congregazione.
Giunti a San Giorgio del Sannio, l'abate generale ricevette l'omaggio della comunità monastica, residente nel monastero di S. Gennaro di Terranova, e quello di tutto il clero locale, degli eletti e delle autorità civili e di tutto il popolo plaudente. L'ospitalità fu offerta dall'arciprete di Ginestra, D. Remigio Fucci, presso il quale tutto il corteo si fermò per desinare e per il necessario riposo.
Verso le ore tre pomeridiane giunsero in quel casale due splendide mute di cavalli: una a sei cavalli, favorita dall'Em. Orsini, che portava due Rev.mi signori abati, Manfredi e Martelli, inviati dall'arcivescovo «per complimentare» l’abate generale; e un'altra muta, a quattro, di Mons. Rendina, vescovo di Boiano, col signor Avv. Festa.
Si riprese il cammino su calessi, cavalli e su quelle due lussuose carrozze. Giunti a un miglio da Benevento, si trovarono pronte altre cinque carrozze e calessi con molti nobili della città, i quali ingrossarono e resero più splendido il seguito. Si giunse, così, al palazzo arcivescovile al suono festoso delle campane della città. Essendo ospiti del cardinale, in quel palazzo fu assegnato un appartamento all'abate generale e stanze per tutti gli altri verginiani. Si ricevette la visita di Mons. D'Asti, arcivescovo di Otranto, che si trovava ospite nello stesso palazzo, e quella di numerosi altri signori canonici ed abati.
Naturalmente, cena e riposo presso il cardinale.
La mattina seguente, il cardinale insieme con gli abati Torti, De Martino e Di Capua e coi due abati definitori visitatori, procedette alla solenne benedizione abbaziale, con l'assistenza di tutto il capitolo cattedrale, e la presenza dell'arcivescovo di Otranto, di Mons. Biscarelli, vescovo di «Guardia Alferia», della nobiltà della città e di numerosissimo popolo.
La funzione riuscì solennissima.
Pranzo ufficiale presso il cardinale.
Al pomeriggio, l'abate generale, con due carrozze, messe a disposizione dal cardinale, si recò a restituire la visita a tutti quei nobili, che l'avevano onorato all'ingresso in Benevento.
La mattina seguente, venerdì, nell'atto di congedarsi dal cardinale, questi mise a disposizione dell'abate generale la sua muta a sei e la compagnia dell'abate Manfredi sino a San Giorgio. Quivi, finalmente, ringraziato il Manfredi e, per lui, ancora una volta le sovrabbondanti gentilezze del cardinale Orsini, si licenziarono e ripresero il cammino per Loreto, dove giunsero a sera (RC IV, 303).
Ancora una volta il cardinale Orsini aveva voluto mostrare la più segnalata benevolenza verso la congregazione verginiana, onorando in modo eminente l'abate generale e i rappresentanti più eletti di Montevergine.
Abbiamo potuto vedere negli anni precedenti, a cominciare dal 1709, le preoccupazioni della provincia di Principato Citra per il piccolo numero di abbazie della loro provincia e come fin da allora si pensasse ad elevare in abbazia il priorato di Nocera. Le non poche difficoltà furono finalmente superate, e il 13 ottobre 1716 si poté procedere alla nomina del primo abate di questo monastero nella persona di Flavio Penza (RC IV, 303v-304).
L'anno seguente, 11 aprile 1717, il cardinale Orsini datava il decreto col quale si permetteva l'erezione in priorato della casa di Altavilla Irpina (RC IV, 308v-309).
Il triennio di governo dell'abate generale Gallucci doveva ricevere un particolare lustro dalla promozione episcopale dell'abate Giovanni Paolo Torti-Rogadei, nativo di Ospedaletto d'Alpinolo, della diocesi Nullius di Montevergine. Si trovava da 16 anni abate nei diversi monasteri della congregazione, quando, il 4 aprile 1718, il papa Clemente XI, vivae vocis oraculo, lo innalzò alla sede vescovile di Andria. Dopo 9 anni, fu trasferito alla sede di Avellino, dove rimase sino alla morte, avvenuta il 19 agosto 1742, all'età di 74 anni. Chiuse gli occhi alla vita terrena nel suo paese nativo, dove si era ritirato per curarsi da una penosa malattia. Volle essere sepolto nel monastero di Montevergine.
Della sua opera come religioso verginiano, viene lodata dai contemporanei la sua amabilità di carattere e la sua profonda dottrina, soprattutto in campo filosofico e teologico, come pure la prudenza nei consigli e la fortezza nelle difficoltà.
Non abbandonò i suoi studi neppure quando la missione di pastore del suo gregge l'obbligò ad occuparsi più direttamente del ministero apostolico. Difatti, un suo conterraneo, il priore D. Modestino De Colangelis, ci dice che egli, mentre era vescovo, consegui la laurea in utroque iure e in teologia all'ateneo napoletano.
Della sua opera come vescovo, qui ci basti accennare che in Andria lasciò la statua d'argento del tutelare, S. Riccardo, recò benefici insigni all'episcopio e al monastero delle cassinesi; in Avellino, riedificò la cattedrale, l'episcopio e il seminario, rovinati dal terremoto del 29 novembre 1732. Per il capitolo di Avellino ottenne il rocchetto e la cappamagna e vi istituì il penitenziere; formò la Platea del seminario e della mensa vescovile, edificò il seminario.
I suoi fratelli Giovanni, Bernardino e Francesco, per ricordare degnamente il loro illustre fratello, gli eressero un monumento di marmo nella basilica di Montevergine, che si può tuttora ammirare nella chiesa secentesca, sul primo arco a destra di chi entra. Una diffusa lapide riassume la sua vita e mette in luce le sue nobili doti.
Durante il triennio di generalato dell'abate Gallucci scoppiò la guerra in Sicilia. L'isola, per il trattato di Utrecht, dell'11 aprile 1713, era stata assegnata a Vittorio Amedeo, duca di Savoia e di Piemonte. Ma il suo regno non durò neppure cinque anni, perché il 2 agosto 1718 veniva deposto, occupando il suo trono Carlo VI d'Austria, che era insieme imperatore e re di Germania, oltre che re di Napoli. Nominalmente si poteva dire ricostituito il regno delle due Sicilie, ma effettivamente si rinnovavano ancora i due vicereami, di cui uno per Napoli e l'altro per Palermo.
Mentre i napoletani dovettero partecipare attivamente alla campagna, con un apporto di diecimila soldati, la S. Sede accordò all'imperatore, per cinque anni (poi rinnovate il 31 gennaio 1725), le decime papali, che si riscuotevano nel Regno, e dalle quali furono esentati solo i cardinali. Per la presente circostanza, tutti gli altri privilegi ed esenzioni in materia furono sospesi e aboliti (B 58).
Il 19 giugno 1717 veniva concessa questa decima; l’8 ottobre successivo il nunzio di Napoli emetteva un editto, rivolto agli ecclesiastici del Regno, perché rivelassero i loro beni, affin di poter procedere alla tassazione per quel sussidio all'imperatore.
Ma questa tassa non impedì all'abate Gallucci di procedere a qualche utile lavoro al santuario. Infatti, tra il 1717 e il 1719 fece costruire delle nuove urne di rame per molte sacre reliquie, che egli sistemò nella cappella di S. Michele, apponendovi una breve, ma significativa, iscrizione.
Quando si dovette procedere al passaggio delle reliquie tra le precedenti urne di piombo e le nuove di rame, un notaio apostolico, espressamente inviato dal card. Orsini, redasse gli atti per quel passaggio, affinché non ne fosse scapitata in nulla la loro autenticità (B 292: a. 1717-18).
Più importante fu il contratto stipulato per una nuova statua d'argento di S. Guglielmo, che si doveva eseguire su disegno di Domenico Antonio Vaccaro (B 291: a. 1717-18).
Notevoli furono pure i lavori di marmo che si eseguirono per il reliquiario di Montevergine, importanti delle spese rilevanti (cf. B 291).
Un'altra benemerenza si procacciò l'abate generale Gallucci, in questo suo primo triennio di generalato, e precisamente in ordine all'archivio. Come abbiamo avuto già occasione di far notare, nel terremoto del marzo 1701, l'archivio di Montevergine era cascato, seppellendo fra le sue rovine i preziosi documenti che conteneva. L'abate generale del tempo, Vitantonio Pastorale, fece raccogliere con gran cura le pergamene e i documenti cartacei e, per non farli andare perduti, li fece trasportare provvisoriamente all'antico Loreto, dove il Giannuzzi redasse i suoi due volumi di regesti manoscritti. Ora, l'abate generale Gallucci ha cura di costruire degli armadi adatti al bisogno, apponendovi nel vestibolo una significativa lapide commemorativa.
Fu come la ricostruzione dell'archivio in questa sua seconda sede, come entusiasticamente si esprime un cronista contemporaneo. Ma quest'opera del Gallucci durerà finché un altro terremoto, quello del 29 novembre 1732 non si abbatterà di nuovo su quei poveri documenti, e allora dovranno riprendere decisamente la via del santuario, finché non troveranno la definitiva sistemazione nel nuovo Loreto. Ma, per ora, siamo ancora molto lontani da questi ulteriori avvenimenti.
L'abate Gallucci ritornerà al governo della congregazione, fra nove anni; frattanto passa prima a reggere l'abbazia di Casamarciano (1719-25) e poi quella di Roma, coprendo contemporaneamente l'ufficio di procuratore generale presso la S. Sede (1725-28). Avremo, perciò, in seguito l'occasione di completare le notizie sull'opera del Gallucci nel regime della congregazione e sullo spirito che lo animò in questo governo.
Anche del sinodo da lui tenuto il 29 giugno 1717, e poi pubblicato lo stesso anno, avremo occasione in seguito di occuparci più in particolare, trattando dell'abbazia Nullius; ma qui non possiamo non notare che questo sinodo esprime nel modo più tangibile l'interesse che egli si prese per il rifiorimento della vita spirituale nel clero e nel popolo affidato alle sue cure.
Il suo governo non lasciò nulla a desiderare. Un'unica nostalgia si poté sentire: il triennio era passato troppo presto, perché i progetti eventualmente formati dall'abate Gallucci avessero potuto trovare la necessaria realizzazione. Con piacere si può notare che nessun campo, nei monasteri, nella congregazione e nella diocesi Nullius, è rimasto estraneo alla sua attività: ecco perché è facile, anche oggi, trovare un po' dappertutto i segni del suo provvidenziale passaggio.
GALLO GALLUCI
rieletto (18 aprile 1728 - 8 dicembre 1729)
Questa volta c'era da aspettarselo. Il papa Benedetto XIII, che era intervenuto così frequentemente nel creare abati locali, non si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione di mettere direttamente a capo della congregazione una persona che, secondo il suo modo di pensare, fosse stata reputata la più adatta per il bene della stessa congregazione.
Ora, l'ex abate generale Gallo Gallucci in quel momento occupava l'ufficio di procuratore generale presso la S. Sede; era, perciò, il più in vista fra tutti gli abati verginiani. Inoltre, non era certo spenta nell'animo del papa Orsini la solenne benedizione abbaziale, che egli aveva impartita al Gallucci nel maggio del 1716. Quell'antica stima che il papa aveva per l'abate Gallucci ora si mostrava con un atto di particolare benevolenza. D'altra parte, siccome ora il generalato spettava alla provincia di Principato Ultra, non si ledeva il diritto di nessuno, tanto più che, nella sua provincia, quest'abate era il candidato più quotato.
Quando, perciò, il 18 aprile 1728, i capitolari si raccolsero per procedere all'elezione del nuovo abate generale, si diede subito lettura del breve apostolico, che recava la tempestiva data del 18 dicembre 1727.
E’ superfluo dire che il breve fu accolto riverentemente da tutti.
Come se questi interventi straordinari del papa non fossero sufficienti per diminuire e scuotere l'autorità delle costituzioni verginiane, anche il vescovo di Ariano si credette in diritto e in dovere di impetrare dalla S. Sede un rescritto, perché venisse confermato, ancora per un triennio, nel monastero della sua città il priore Angelo Cassella. Il motivo addotto dal vescovo era che aveva bisogno di quel verginiano come confessore delle monache, esistenti in Ariano.
Un caso analogo si verificò per il padre Venanzio Pirone, di Avellino, il quale aveva personalmente inoltrato una supplica alla S. Sede per poter essere assegnato di residenza nel monastero di Avellino, per tutta la vita o almeno finché non fosse guarito da sordità. Il 4 marzo 1728 la sacra congregazione rimise la concessione della grazia alla prudenza e carità dell'abate generale, e questi acconsentì alla richiesta con decreto del 27 giugno 1728 (RC V, 46).
Più movimentato fu un altro caso verificatosi l'anno seguente, 1729. Benedetto Di Rinaldo aveva domandato alla S. Sede di essere confermato nel priorato di Palma. Ne riceveva un rescritto, favorevole solo nel senso che dava la licenza ai superiori della congregazione di poterlo rieleggere in quel priorato. Non contento, il Di Rinaldo provocò l'intervento del cardinale Lercari, il quale, il 26 marzo 1729, inviava una lettera all'abate generale, comunicandogli che, secondo la mente del papa, si doveva seguire interamente il desiderio del Rinaldi nel prossimo capitolo generale, «nonostante alcune calunniose opposizioni, da due mesi in qua, eccitate dagli emoli dell'accennato religioso» (RC V, 53).
Era ancora papa Benedetto XIII, e perciò si fu del tutto ossequienti alla sua mente, e il Rinaldi fu confermato per un altro anno come priore di Palma, facendosi espresso riferimento alla lettera del segretario di Stato. Ma già nel capitolo generale del 1730, il Rinaldi, pur rimanendo nel priorato di Palma per altri nove anni, vi occupò semplicemente le mansioni di archivista e organista.
Contemporaneamente anche gli abitanti di Altavilla Irpina domandarono alla S. Sede che confermasse per un altro triennio Tommaso Sandulli come priore di quel monastero. Anche questa volta, la S. Sede, il 27 agosto 1728, rimise la concessione della facoltà alla prudenza dell'abate generale. Così, il Sandulli poté reggere quel priorato sino all’8 luglio 1731, quando vi morì nella giovane età di 37 anni.
L'abate Gallucci ebbe la gioia, come abbiamo già riferito, di veder confermato solennemente da Benedetto XIII, con un particolare breve, il privilegio della completa esenzione della congregazione verginiana dagli ordinari dei luoghi e dal nunzio di Napoli, il 26 marzo 1729, documento che reca la sottoscrizione autografa del papa.
Ma abate generale non doveva terminare il suo secondo triennio di generalato. Dopo un anno e otto mesi dalla sua elezione, veniva a morte nella casa di Loreto, l'8 dicembre 1729, in seguito a una febbre maligna, durata solo sette giorni.
Aveva circa 72 anni. Di lui se ne tesse l'elogio come di «zelantissimo della religione» (NV 18v).
La mattina seguente, il suo cadavere, in abiti pontificali, della regione fu trasportato nella chiesa di S. Pietro di Mercogliano, accompagnato processionalmente da tutto il clero del paese. Dopo la celebrazione dei divini uffici, nel pomeriggio del giorno seguente fu trasportato a Montevergine «per la strada stessa di detta terra di Mercogliano, per evitare qualche disordine». Il giorno 10 dicembre ebbe sontuosissimi funerali al santuario (RC V, 56v).
L'accenno del segretario del capitolo al pericolo di eventuali disordini ci viene chiarito da un episodio, capitato proprio in quel tempo ed esposto alla S. Sede dall'abate Ramiro Girardi, allora procuratore generale a Roma. Egli rendeva noto un fatto di sangue che era successo ad Ospedaletto: un tal Stefano Guerriero aveva ammazzato Aniello Spagnuolo e poi, per sfuggire ai rigori della giustizia, si era rifugiato nel monastero di Montevergine, da dove, però, pochi giorni dopo, era stato violentemente estratto dagli sbirri del commissario di Campagna e dell'udienza di Montefusco e da essi ucciso nel cortile dello stesso monastero.
Riferita ogni cosa alla S. Sede, questa, il 7 dicembre 1729, aveva dato gli opportuni ordini all'abate generale sul modo come doveva comportarsi in merito. Senonché, essendo proprio allora venuto a morte l'abate generale, tali ordini non poterono essere eseguiti. Perciò, l'abate Girardi, che in quel momento copriva la carica di procuratore generale, supplicò la S. Sede che incaricasse di tale esecuzione il vescovo di Avellino, che era in quel momento il verginiano Giovanni Paolo Torti, come realmente fu fatto con mandato del 17 dicembre. Il vescovo allora fulminò le scomuniche contro gli uccisori di Stefano Guerriero, i quali poi domandarono umilmente l'assoluzione (B 299 e 321).
La morte dell'abate generale capitava quindi in un momento particolarmente delicato, e i verginiani cercarono di evitare quanto avesse potuto aggravare ulteriormente la situazione nella vicina terra di Ospedaletto. Intanto prese subito il governo interinale della congregazione l'abate decano Paolo Mosetta, che, come abbiamo visto, solo dal 22 giugno 1726 era stato nominato abate per indulto apostolico.
Secondo le costituzioni, dovevano passare quattro mesi di sede vacante prima di poter procedere alla nuova elezione. Nel frattempo si verificavano altri avvenimenti, che si ripercuotevano necessariamente nella vita della congregazione verginiana. Anche la cattedra di S. Pietro doveva allora conoscere la sede vacante, il che significava la scomparsa del papa Orsini, al quale Montevergine doveva tanto come cardinale e come papa.