Il capitolo generale del 1725 si apriva mentre a Roma confluivano i pii pellegrini per l'Anno Santo. Per questa occasione, già il lº agosto 1724, il papa Benedetto XIII aveva emanato un editto per il ritorno degli apostati e dei fuggitivi alle loro rispettive case religiose; e poi, il 4 aprile dell'anno seguente, con altra paterna disposizione aveva liberato da ogni pena questi apostati resipiscenti, proprio in considerazione del giubileo universale (B 215).
In questo ambiente di riacceso fervore cristiano comprendiamo meglio una lettera del cardinale protettore Imperiali, inviata ai padri capitolari fin dal 25 marzo 1725, e consegnata sigillata al procuratore generale Isidoro De Angelis, nell'atto che questi lasciava Roma per raggiungere Montevergine.
Il cardinale innanzi tutto richiama all'osservanza regolare, perché gli preme sommamente che «da cotesta congregazione si ricavi tutto il buon esempio in servizio di Dio coll'osservanza delle loro costituzioni e decreti della disciplina regolare»; poi ribadisce di usare la giustizia dovuta nella distribuzione delle cariche «osservandosi in ciò il lodevole antico costume di mutarsi le abbadie, e non lasciar continuare per più e più trienni uno stesso abate in un sol luogo». Infine si scende al caso particolare delle urgenti necessità del monastero di S. Agata di Roma. Di esso il cardinale presenta un quadro tutt'altro che allettante, quando scrive che esso si trova «assai miserabile per l'abitazione poco decente all'abito monastico, e che per l'antichità minaccia rovina». Perciò «sarebbe espediente di rifabbricarlo di pianta coll'occasione che, conforme rappresenterà a viva voce il padre procuratore generale, doverà mantenersi il solo procuratore generale, perché qui si troverebbe un capomastro, che spenderà il suo danaro, per rimborsarselo poi dalle rendite annuali di detto monastero anno per anno».
Quindi il cardinale scende a delle ulteriori determinazioni riguardanti la persona dell'eligendo procuratore generale, il numero della famiglia monastica, che dovrà dimorare in questi anni nel monastero. Inoltre, per agevolare la ricostruzione del monastero, il cardinale non manca di suggerire un volontario contributo per le spese da parte di quei monasteri che potessero farlo più agevolmente, secondo una tassa da fissarsi dal futuro abate generale col suo definitorio. A questo stesso fine egli suggerisce di erogare «tutti gli spogli consistenti in danaro dei superiori dopo la loro morte», affinché «più presto sarà pagato il prezzo della medesima (fabbrica), tanto più sollecitamente il monastero si sgraverà del debito, e tutta la congregazione potrà incominciare a godere il beneficio di quest'opera col mandarvi li religiosi a studiare».
A chiusura della lettera, il cardinale si congratula «della condotta ed attenzione con cui il padre procuratore generale ha servito tutto il suo triennio la congregazione» (RC V, 14).
Quest'ultima espressione era come una indiretta raccomandazione ai padri capitolari a fissare attentamente lo sguardo sul De Angelis, nell'elezione dell'abate generale, ma che i capitolari conobbero solo ad elezione effettuata.
Naturalmente tutti i desideri espressi dal cardinale protettore trovarono pronta e fedele esecuzione da parte dei capitolari. Perciò, si provvide subito a costituire in Roma una famiglia monastica col solo abate procuratore generale, che sarebbe stato insieme anche superiore del monastero. Vi fu eletto l'ex abate generale Gallo Gallucci. Come sua famiglia vi furono assegnati tre padri e due fratelli. Poi si emanò il decreto che tutti gli spogli dei superiori e dei monaci andassero a beneficio della fabbrica di S. Agata di Roma, e che «l’annualità di 2000 scudi pigliati o da pigliarsi a censo per detta fabrica, secondo la licenza spedita in atto di sacra visita, si paghi dalli nostri monasteri» del Regno a proporzione della tassa che doveva stabilirsi: decreto, che fu confermato nel capitolo dell'anno seguente, 1726 (RC V, 28).
Questa lettera venne letta solo dopo l'elezione dell'abate generale, proprio ad evitare che essa potesse influire in qualche modo nella scelta del candidato. Il risultato dimostrò con tutta evidenza che nella congregazione non c'era bisogno di quel suggerimento dall'alto, perché già tutti gli animi dei padri erano orientati verso il De Angelis, che, come in tutte le altre elezioni precedenti, fu eletto abate generale al primo scrutinio, all'unanimità dei votanti, il 22 aprile 1725.
Già nella lettera del cardinale protettore abbiamo potuto leggervi, fra le linee, l'eco dei reclami che giungevano a Roma quanto all'osservanza dei decreti della sacra visita apostolica del cardinale (ora papa Benedetto XIII), anche se l'ultima ispezione da lui compiuta nella congregazione, due anni prima, nel 1723, aveva potuto chiudere per allora la bocca degli eterni malcontenti. Il cardinale Imperiali aveva richiamato l'attenzione sulla temporaneità del governo dei singoli monasteri, per evitare preferenze verso monasteri particolarmente ambiti. Ciò nonostante, quando ragioni lo consigliavano, non si esitava a ricorrere alla S. Sede per le dovute eccezioni. Così, una delle prime proposte, presentate ed approvate nel capitolo generale del 1726, fu quella di confermare a vita l’abate Ascolese per la badia di Penta, purché se ne fosse ottenuta la debita facoltà della S. Sede (RC V, 28). Esaminando le distribuzioni annuali delle famiglie monastiche, noi troviamo effettivamente che l’Ascolese resse quel monastero dal 1725 all'ottobre 1732, quando egli cessò di vivere.
Ora, invece, si insiste sull’istruzione da impartirsi ai fratelli conversi, ai quali si deve assegnare un particolare direttore per la dottrina cristiana.
Per tutti poi si ricorda la proibizione dei giuochi, come ulteriormente fu ribadito nel capitolo del 1726 (RC V, 28).
Assolto il capitolo generale, in quella calma e tranquillità, che ormai non offriva più alcuna incrinatura, l'abate generale pensò alla sua benedizione abbaziale.
Per mezzo del cardinal protettore, si ottenne che questa venisse affidata al vescovo verginiano Giovanni Paolo Torti, il quale l'impartì la domenica della SS. Trinità, 27 maggio 1725, nella basilica di Montevergine, «dove accorse alla sagra funzione un infinito popolo», sottolinea un cronista del tempo.
Sin dal primo anno del suo governo, il De Angelis volle mostrare come un senso di riconoscenza e di affetto verso i verginiani che raggiungevano il traguardo della vita, facendo iniziare un nuovo Necrologio verginiano e affidandone la redazione ai maestri dei novizi pro tempore, con grave obbligo per costoro di attenersi alla verità, presentando notizie opportune e necessarie, in forma piana, e con inizio da quello stesso anno 1725. Sino a quel momento, infatti, le notizie necrologiche venivano disordinatamente aggiunte nel codice Necrologium Virginianum senza quella accuratezza e completezza che si sarebbe richiesta in tale materia. Vi era, inoltre, l'inconveniente che il più delle volte non vi si trovava che il puro nome del defunto, senza altra precisa indicazione e senza alcun riferimento biografico.
Rispecchia ancora la stessa pietà verso i defunti il nuovo registro delle messe, redatto secondo la riduzione del 15 luglio 1724 (B 288; a. 1726), e la Tabella delle messe, a tenore del nuovo indulto di Benedetto XIII, del 15 luglio 1727 (Reg. 6194).
La pietà che il De Angelis volle mostrare verso i defunti si estese anche all'onore esterno verso la Madonna, al santuario. Continuando il rivestimento di marmi della cappella, ne ornò le pareti per altri due metri tutt'intorno con finezza di lavoro e ricchezza di materiale. Per questo lavoro, il 12 novembre 1726, il marmoraro Pietro Ghetti rilasciava una prima ricevuta di 410 ducati, come acconto dei 1200 ducati pattuiti (B. 120).
Quest'onore esterno fu reso più completo dall'indulto, ottenuto dal papa il 18 marzo 1727, col quale si permetteva di poter leggere, ogni giorno, una sola messa in onore della Madonna al santuario, eccetto i giorni più solenni di Nostro Signore e la Settimana Santa (B 290).
La caratteristica più spiccata di questo triennio di governo dell'abate De Angelis deve ricercarsi nella frequenza dei documenti del papa Orsini per l'abbazia e i monaci di Montevergine.
Già nell'ultimo anno del generalato dell'abate Pironti abbiamo potuto vedere i primi attestati della benevolenza di Benedetto XIII per la congregazione verginiana; ora, durante il presente triennio, possiamo seguire con gioia questo moltiplicarsi di documenti pontifici, con una frequenza che non trova riscontro in nessun altro periodo della storia dell'abbazia.
Il 30 gennaio, 1726 dietro supplici preghiere dell'abate generale, il papa concede a Saverio Maria Festa, di Benevento, attualmente segretario generale della congregazione, di poter essere assunto al governo abbaziale della prima abbazia vacante nella provincia beneventana (Reg. 6188). Il breve pontificio viene accettato dal definitorio il 6 aprile 1726 (RC V, 20). Intanto il Festa continuò ancora per alcuni anni il suo ufficio di segretario, e solo il 12 maggio 1736 egli viene effettivamente eletto abate di Marigliano (RC V, 107).
Con questo primo esempio, seguito ben presto da numerosi altri, si estendeva anche alla nomina e conferimento di abbazie nella congregazione verginiana quell’uso, introdotto nella Chiesa, di quelli che vennero designati con l'espressione di «benefici in aspettativa», proibiti in seguito nel codice di diritto canonico, ad evitare ogni turpe attesa della morte del titolare di un beneficio (cf. cann. 150-51).
Il 7 giugno dello stesso anno 1726 il papa eresse in abbazia il priorato di S. Giovanni di Castelbaronia, aggregando la nuova abbazia alla provincia beneventana (Reg. 6189). Il 22 dello stesso mese di giugno, il papa con un particolare breve apostolico procedeva direttamente alla nomina del primo abate di quel monastero nella persona di Paolo Mosetta: breve che veniva ricevuto e mandato in esecuzione dal definitorio il 1º luglio di quell'anno 1726.
Il 5 ottobre di quello stesso anno il papa nominava abate titolare Girolamo Guarino (B 215), ma costui non poté mai prendere il governo di un'abbazia, perché se ne moriva due anni dopo, 18 maggio 1728, all'età di circa 48 anni.
Il mese seguente, il 13 novembre, veniva spedito un altro Motu proprio del papa, col quale egli riconosceva per Albenzio De Rogatis il diritto di essere elevato alla dignità abbaziale e occupare la prima abbazia vacante della sua provincia monastica.
Questo documento assume una particolare importanza in quanto il papa si mostra minutamente informato del curriculum vitae del De Rogatis. Questi ha insegnato per un continuo novennio nei vari monasteri della congregazione verginiana e poi per sei anni (1720-26) è stato priore in Altavilla Irpina. Anzi, a questo proposito, il papa può attestare che, quando egli risiedeva nella sede arcivescovile beneventana, aveva avuto modo di affidargli diversi incarichi, in modo che fin da allora aveva potuto riconoscere che non solo il De Rogatis era abile e idoneo alla dignità abbaziale, ma che avrebbe potuto ricoprire degnamente una delle sei abbazie della provincia di Principato Ultra, appena se ne fosse presentata la vacanza. Perciò ora ribadisce che, in caso si presentasse tale vacanza, egli ha già il diritto ad essere preferito ad altri nel governo di un'abbazia in quella provincia (Reg. 6191).
Il breve è accettato dal definitorio con ogni obbedienza («omni qua decet oboedientia») il 29 maggio 1727 (RC V, 38).
Ciò nonostante, solo nel 1730 il De Rogatis può passare al governo dell'abbazia di Castelbaronia.
Ma il De Rogatis, prevedendo lontana la vacanza abbaziale, impetrò un altro breve pontificio (8 gennaio 1728), col quale Benedetto XIII lo promoveva ad abate titolare, rimanendogli integro il diritto ad occupare il governo della prima abbazia vacante della sua provincia di Principato Ultra (Reg. 6195). Quando però fu accettato questo nuovo breve pontificio, il 31 maggio 1728, sul seggio generalizio di Montevergine c'era già stato il cambio di guardia e all'abate De Angelis era succeduto Gallo Gallucci, che per la seconda volta riprendeva il governo della congregazione (RC V, 14).
Anche parecchi altri verginiani ebbero a sperimentare la benevolenza del papa Orsini.
Il 7 luglio 1727 il papa nominava abate titolare Ferdinando Rossi, napoletano, concedendogli il diritto al governo della prima abbazia vacante nella sua provincia.
Il 10 aprile 1728 veniva datato un breve pontificio, col quale l'abate Gaetano Giannuzzi era confermato a vita nel governo di S. Giovanni di Arienzo (RC V, 44v).
Il 15 maggio 1728 troviamo ancora un breve pontificio con la nomina ad abate titolare a favore di Emiliano M. De Leonardis, di Ospedaletto, col diritto di poter assumere il governo di un'abbazia della provincia di Principato Ultra, subito dopo che si fosse provveduto per Albenzio De Rogatis, che aveva la precedenza.
Continua l'elenco di questi interventi pontifici per costituire abati titolari con diritto al governo di abbazie vacanti. Il 23 marzo 1728 è la volta di Matteo Orsi, al quale si conferisce il diritto alla promozione di abate di governo di uno dei monasteri della provincia di Terra di Lavoro. Il 5 luglio dello stesso anno è favorito di un breve pontificio Fulgenzio Stinca, che viene promosso abate con diritto di governare un'abbazia vacante della sua provincia.
La successione di questi brevi è semplicemente sbalorditiva per la congregazione verginiana. Il 14 settembre 1728 viene ancora la nomina di un altro abate titolare, Pietro Antonio Ansalone, e anche lui con diritto al regime della prima abbazia vacante nella sua provincia di Principato Citra.
Naturalmente, il definitorio non poteva che, volta per volta, ricevere il breve pontificio del troppo accondiscendente papa Orsini con tutta l'obbedienza e la riverenza dovuta (RC V, 48). Questa volta l'abate nominato non dovette aspettare molto per passare al regime effettivo di un'abbazia, perché nello stesso mese, il 29 ottobre, era promosso all'abbazia di Sant'Agata di Puglia (RC V, 49).
A questi brevi, inviati Motu proprio dal papa, si debbono aggiungere non pochi rescritti delle sacre congregazioni romane, che riflettono l'ambiente di favore del papa Orsini verso Montevergine, senza contare le numerose dispense, che entrano nella prassi ordinaria delle stesse sacre congregazioni.
Per scendere a qualche esemplificazione, agli inizi del 1727 Montevergine si lamentò presso la S. Sede che, nonostante la sentenza emanata il 27 novembre 1671 contro il promotore fiscale della nunziatura apostolica di Napoli da Ludovico d'Aquin, l'attuale promotore fiscale della stessa nunziatura osava agire contro tali immunità ed esenzioni. Allora il protonotario apostolico Prospero Colonna, il 28 febbraio 1727, spedì subito una inibitoria a quel signore, proibendogli espressamente di procedere nelle cause riguardanti i monaci di Montevergine, perché le loro vertenze potevano essere trattate solo dalla S. Sede (Reg. 6192).
Naturalmente la nunziatura di Napoli non si chetò alla semplice inibitoria venutale dal Colonna e portò avanti la causa contro i regolari e la loro esenzione. In data 20 marzo 1729, dall'uditore particolare del papa fu emessa sentenza contro il tribunale della nunziatura napoletana: il nunzio poteva procedere solo contro quei religiosi exclaustrati, che erano colti in delitto fuori del chiostro. Perciò, non gli competeva alcun diritto e potere verso i monaci e regolari, che vivevano in comunità, sotto il regime e l'obbedienza dell'abate, anche se il monaco o regolare avesse mancato fuori di monastero in modo così notorio da essere di scandalo al popolo. In caso di negligenza del superiore regolare, si dava luogo per stabilire un termine perentorio (come conveniva al vescovo, così doveva competere anche al nunzio apostolico), passato il quale, veniva devoluta a lui la giurisdizione per quel caso specifico (RC V, 54v).
Questa sentenza di ordine generale fu ribadita, per quel che si riferiva a Montevergine, con un breve Motu proprio del papa, il 26 marzo 1729, nel quale il sommo pontefice, ricalcando i privilegi di esenzione della congregazione verginiana dalla giurisdizione degli Ordinari, l'esime dalla giurisdizione del nunzio apostolico.
A dare pieno valore ed esecuzione pratica al breve, si ottenne il regio Exequatur il 29 aprile dello stesso anno (Reg. 6199).
Questo breve apostolico faceva il punto contemporaneamente per le questioni relative all'esenzione della congregazione dalla giurisdizione degli ordinari dei luoghi e da quella del nunzio apostolico di Napoli. Per quel che si riferiva ai primi, c'era stato, il 23 ottobre 1728, un monitorio del protonotario apostolico Prospero Colonna (Reg. 6196).
Un ultimo attestato della benevolenza di Benedetto XIII verso Montevergine, e degno di essere ricordato in questo luogo, è quello che si riferisce all'entrata in vigore della costituzione Maxima vigilantia, emanata dallo stesso sommo pontefice il 14 giugno 1727. Con questa celebre costituzione il papa dava delle sapientissime norme sugli archivi da erigersi in Italia per la custodia dei diritti e delle scritture spettanti chiese, cattedrali, collegiate e non collegiate, seminari e monasteri, collegi, confraternite e ospedali, e qualunque luogo pio e istituto regolare.
Per quel che ci riguarda più da vicino, si stabiliva che gli ordinari dei luoghi e delle abbazie Nullius (come era quella di Montevergine), che non avevano ancora destinato un luogo sicuro e di non facile accesso a chiunque, per la conservazione delle scritture riguardanti la dignità e giurisdizione episcopale e ordinaria, la mensa e il foro delle loro curie, pensassero subito e seriamente a costituirlo secondo i requisiti che la stessa Santa Sede aveva indicato.
Perciò, il luogo dell'archivio doveva essere non solo sicuro, ma anche opportuno e non soggetto all'umidità, in modo che le scritture col passare del tempo non avessero a soffrire alcun danno, e disponendole in armadi secondo l'istruzione che veniva allegata alla costituzione.
Si assegnava, poi, il termine di sei mesi dalla pubblicazione della costituzione per la fedele e perfetta esecuzione di quanto era stato in essa ordinato. In questo periodo anche Montevergine avrebbe dovuto provvedere alla formazione di archivi per ogni monastero, alla compilazione di un opportuno catalogo o inventario delle scritture contenute nei singoli archivi; soprattutto avrebbe dovuto creare un numero notevole di archivisti, capaci di eseguire fedelmente le numerose e dettagliate norme emanate dalla S. Sede.
La costituzione pontificia era veramente impegnativa e minacciava gravi pene ai trasgressori. Di qui si comprende come nella congregazione verginiana ci si preoccupasse seriamente per mettersi in regola su tutti i punti. Riguardo all'archivio di Montevergine, non c'era davvero da preoccuparsi, perché, nel vecchio Loreto, come abbiamo visto, si era costituito un apposito locale, adatto e distinto, per l'archivio con buoni armadi e sicure serrature; come pure vi era l'inventario e catalogo, redatto dal Giannuzzi undici anni prima, e il suo aggiornamento non poteva creare gravi problemi. La difficoltà, invece, era nell'applicare integralmente la costituzione ai singoli priorati abbazie della congregazione.
L'abate generale De Angelis si diede subito un gran da fare, ma, con tutta la sua buona volontà, si accorse che il tempo di sei mesi, assegnato dal sommo pontefice, era troppo breve per potervi riuscire decorosamente, tanto più che si trattava di trovare persone capaci di redigere cataloghi e inventari e di costituire in tanti luoghi archivi razionali, secondo le direttive pontificie. A questo si aggiungeva un'altra difficoltà, propria della congregazione verginiana: la costituzione e l'annessa istruzione pontificia erano uscite il 29 maggio 1727, il che significava poco tempo dopo la celebrazione del capitolo generale annuale, in cui, come al solito, si era proceduto alla distribuzione delle famiglie monastiche. Ora non era facile, fuori del tempo del capitolo generale, provvedere alla nomina degli archivisti per i singoli monasteri. Per queste ragioni, allo scadere del tempo utile, fissato dal papa, fu avanzata domanda per la proroga di altri sei mesi per poter mettere in esecuzione quanto era stato comandato. La proroga venne concessa il 21 febbraio 1728 (RC V, 39).
Questa proroga tornava particolarmente utile per l'abate generale De Angelis, perché, nell'aprile di quello stesso anno, sarebbe scaduto il tempo del suo generalato, e così veniva rimesso al suo successore un gravoso compito in più, da affrontare e risolvere convenientemente durante il suo governo della congregazione.
In conclusione, possiamo dire che il triennio del De Angelis fu molto attivo nella congregazione; ma non possiamo tacere che la molteplicità degli interventi del papa Orsini con la nomina di tanti abati titolari con diritto di occupare le prime abbazie vacanti nelle rispettive province monastiche, legò le mani al definitorio e poté prestarsi alle mene dei più intraprendenti e a delle accentuate preferenze, a danno di quella giustizia distributiva alla quale tanto ci si teneva in quel secolo presso i verginiani.
Riceviamo, perciò, l'impressione che tali brevi non siano giovati alla pacificazione degli animi e a sedare i diffusi scontenti che covavano in troppi religiosi della congregazione.
Allargando lo sguardo dai monaci ai monasteri, ci piace qui far cenno che, durante questo triennio di generalato, si tentò di far risorgere in Melfi una casa verginiana. Già i nostri vecchi storici facevano risalire al 1134 l'erezione di un monastero verginiano in Melfi, per opera dello stesso S. Guglielmo. Certo, il 13 giugno 1335, noi troviamo, tra i sottoscrittori di un documento, un certo fra Leonardo da Vico, priore di Melfi (Reg. 3329). Ma, di questo primo monastero in città, non sappiamo altro. Il 26 giugno 1726, la comunità del Goleto, raccolta capitolarmente, deliberò di cedere due porzioni di un feudo rustico, chiamato Monte Cognato, nelle pertinenze di Melfi, a beneficio del nuovo monastero verginiano del titolo di S. Benedetto, erigendo in città. Nello stesso tempo si inoltrò supplica al papa per la debita licenza. Ma la cosa non andò avanti, e non si riuscì mai a costituirvi una famiglia religiosa verginiana (cf. B 441).
Fra otto anni, nel 1736, l'abate De Angelis riprenderà il governo della congregazione, continuando il suo programma di lavoro, ma allora sul soglio pontificio non vi sarà più papa Orsini, e anche il suo regime acquisterà un tono diverso. Intanto egli doveva cedere il posto perché il timone della congregazione passasse nelle mani di un abate della provincia di Principato Ultra.
Ormai le rielezioni degli abati generali, al ritorno del turno delle rispettive province, si fanno sempre più frequenti, tanto più che, a differenza del secolo precedente, prevale nella congregazione la preferenza per gli abati, maturi negli anni e carichi di esperienza, e non già per giovani dai quali si può sperare molto e temere altrettanto, secondo la scelta.
Comunque, nella provincia di Terra di Lavoro o napoletana, in quel momento Isidoro. De Angelis era il rappresentante autorevole, e su di lui convennero i voti dei padri capitolari il 22 aprile 1736.
Del resto, il suo precedente triennio di governo era una buona garanzia per un regime sano ed equilibrato.
Il primo pensiero che si prese il nuovo abate generale fu quello di provvedere alla tranquillità di coscienza dei propri religiosi, ordinando che ogni superiore locale determinasse un confessore per i casi riservati (RC V, 116v).
Per riuscire ancor meglio in questo fine, allo scadere del primo anno di generalato, egli ottenne (maggio 1737) dal papa Clemente XII, per tutti i membri della congregazione verginiana, la comunicazione dei privilegi, non solo dei camaldolesi - di cui già godevano sino allora gli abati verginiani - ma anche dei cassinesi; impetrò inoltre la facoltà di poter creare due confessori penitenzieri, amovibili a volontà dell'abate generale, con le stesse facoltà di cui godevano quelli di Montecassino.
La supplica era stata rivolta al papa per mezzo del cardinale Marcello Passeri, il nuovo protettore succeduto al cardinale Imperiali.
Il sommo pontefice non esita a parlare di «preclari esempi di religione della vita dei verginiani», come pure dice la congregazione «insigne per il soavissimo odore dell'illibadezza dei costumi e della fiorente disciplina»; perciò acconsente alla supplica con animo alacre e volenteroso.
Innanzi tutto il papa conferma tutti e singoli i privilegi, onori, prerogative, favori, dignità, facoltà, libertà, esenzioni, preminenze, indulti e altre grazie - sia spirituali che temporali - di qualunque genere e specie, concessi o ai soli abati generali o agli altri abati verginiani o anche ai priori e monaci della congregazione verginiana, sia quelli concessi direttamente sia quelli pervenuti per via di comunicazione dei privilegi di altre congregazioni benedettine. Ampliando poi il privilegio di Paolo V, del 19 maggio 1611, col quale aveva concesso solo agli abati verginiani la comunicazione dei privilegi dei camaldolesi, il papa da ora in poi, perché se ne possano ricavare maggiori frutti di disciplina monastica, estende a tutti e singoli i religiosi verginiani, alle loro chiese, monasteri e luoghi da essi tenuti, i privilegi non solo dei camaldolesi, ma anche della congregazione cassinese, che comprende quasi tutti i privilegi dei benedettini.
Inoltre, per provvedere salutarmente alla pietà e alla devozione dei fedeli, che accorrono al santuario di Montevergine, illustrato tuttora da tanti prodigi e miracoli, concede all'abate generale, in perpetuo, la facoltà di scegliere due religiosi, che può anche rimuovere, se è necessario, dando loro tutte le facoltà concesse ai due penitenzieri apostolici di Montecassino.
Questa benevolenza della Sede apostolica, conclude il sommo pontefice, doveva servire per far crescere di più la dignità del nome e la celebrità del monastero.
Per comprendere ancora meglio la portata della concessione dei due penitenzieri apostolici per il santuario, giova tener presente che, nel breve Qui prosperum fecit del 21 agosto 1727, indirizzato dal papa Benedetto XIII all'abate di Montecassino, a quei penitenzieri si concedevano le stesse facoltà di cui godevano i penitenzieri della Santa Casa di Loreto.
L'abate generale rimase così contento di questo documento pontificio e del segnalato favore ottenuto per opera del cardinale Passeri, che fece subito incidere una lapide di cui oggi rimangono due larghi frammenti, coi quali si può ricostruire quasi integralmente.
Un'attenta parola merita anche un decreto del 18 giugno 1737, emesso nella causa tra il Goleto e il principe di Sant'Angelo dei Lombardi (RC V, 136). Tenuti presenti i memoriali presentati da una parte dal monastero e dall'altra da Sant'Angelo dei Lombardi e dal suo principe, era stato emesso il decreto Servetur solitum sia riguardo al diritto civile, preteso dalla città di Sant'Angelo, sia riguardo alla fida, pretesa dal principe, dalla città e dal monastero. Per decidere in merito ai rispettivi diritti doveva recarsi sul luogo un apposito commissario per dare gli ordini necessari e per la verifica dei confini dei territori del monastero, a spese dello stesso monastero.
In seguito a ciò, l'abate generale inviò una circolare ai superiori della congregazione per domandare il loro parere sull'eventuale continuazione della lite (8 luglio). Tutti furono d'accordo nella necessità di fare quest'ultimo sforzo e perciò si sottoposero volentieri ad una particolare tassa per sostenere le spese occorrenti.
Il padre abate De Angelis, continuando nella fervida devozione verso S. Guglielmo, di cui il suo predecessore aveva dato molteplici prove, ebbe la gioia di vedere stabilita la festa del Santo nella sua patria, Vercelli.
Il terreno era stato preparato dall’estensione del culto al Santo in tutta quella diocesi e poi dalla diffusione della vita di S. Guglielmo del Mancini.
Tra i collaboratori principali nel governo della congrega-zione, il primo posto spetta sempre al procuratore generale a Roma. In questo triennio è l'abate Michele Del Re, ed egli porge una supplica al sommo pontefice, perché venga concessa a tutte le chiese della congregazione, esistenti o erigende in futuro, dove vi sia un altare a S. Benedetto e a S. Guglielmo, che questo altare sia privilegiato, a condizione però che in quella chiesa non vi sia altro altare privilegiato. A questa restrizione non doveva soggiacere il santuario di Montevergine, dove era compossibile questo nuovo altare privilegiato con altri che vi fossero potuti già essere.
Questi documenti pontifici sono tanto più significativi in quanto in quegli anni le relazioni tra la S. Sede e il regno di Napoli furono quanto mai difficili.
Il 15 maggio 1734 si era verificato il cambiamento di dinastia sul trono di Napoli: all'imperatore Carlo VI d'Asburgo subentrava Carlo VII di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna.
Nei mesi precedenti, il 14 marzo, l'infante Carlo, proveniente da Parma, per la via Firenze - Roma, raggiungeva la frontiera napoletana; ma poi avanzò con lentezza calcolata. Il 6 maggio la città di Napoli si arrendeva, mentre l'entrata trionfale di Carlo ebbe luogo il 10 di quel mese, secondo il cerimoniale di rito, cioè attraverso la porta Capuana e la via dei Tribunali.
Il nuovo re, allora di 17 anni, prese il nome di Carlo VII di Borbone e, sin dai primi giorni, sedusse i sudditi con la bontà e semplicità del suo agire. Napoli era soprattutto entusiasta che finalmente aveva un re suo proprio, terminando lo stato di inferiorità in cui era stata tenuta coi viceré che si erano avvicendati dal 1504 in poi.
Ora il riconoscimento, da parte della S. Sede, di Carlo come re di Napoli offrì delle serie difficoltà, data la legittimità del trono per Carlo VI d'Austria. La cosa fu resa più facile dopo che il 3 ottobre 1735 si stipulò la pace di Vienna tra l'imperatore e la Francia, e si ebbe il riconoscimento di don Carlos a re delle Due Sicilie, senza che si rispettassero affatto i diritti del papa.
Fu difficile per il papa l'intendersi col re di Napoli, avendo costui espulso da Napoli il nunzio pontificio e avendo richiamato da Roma il suo rappresentante, proibendo, nello stesso tempo, le relazioni con la corte papale.
Si cominciava a sentire l'influsso malefico di Bernardo Tanucci e di Antonio Genovesi.
Clemente XII, cedendo su molte cose, finalmente il 10 maggio 1738 sottoscrisse la bolla d'investitura del regno di Napoli a favore di Carlo VII.
Questi tempi difficili richiedevano una grande prudenza, tanto più che l’abate generale da una parte era barone del Regno e dall'altra era superiore di una congregazione monastica. L'abate De Angelis, perciò, dovette agire in modo da non compromettersi con le autorità governative e da serbare le più strette relazioni con la S. Sede. Questo in verità gli riuscì tanto più facilmente in quanto, in questi primi anni, l'attrito fra la corte pontificia e quella napoletana si era circoscritto ad un campo, che veniva a toccare direttamente ben poco la sfera di azione dell’abate generale, perché si trattava della nomina dei vescovi e del conferimento delle prebende ecclesiastiche.
Se ora passiamo a toccare qualche altro punto del governo del De Angelis, dobbiamo purtroppo confessare che l’attività edilizia per la costruzione di Loreto fu quasi irrisoria, perché si limitò ai primi due mesi del suo governo, spendendovi complessivamente poco più di 700 ducati.
Ma all'abate generale non mancarono molteplici benemerenze in altri campi. Egli mosse qualche passo per far riordinare l'archivio di Montevergine. A questo scopo avanzò le sue più calde premure a Mons. Manfredi, vescovo di Boiano, che già aveva ordinato gli archivi verginiani del Goleto, di Castelbaronia e forse anche quello di Capua, perché, tenuti presenti gli inconvenienti che offriva l'ordinamento del Giannuzzi, ne eseguisse uno all'altezza dei tempi nuovi e degno dell'archivio di Montevergine. Ma il vescovo, che pure non difettava di una grande buona volontà a riguardo, declinò l'incarico considerando la mole del lavoro e il lungo tempo che si sarebbe richiesto per ordinare e regestare quelle migliaia di scritture, delle quali alcune richiedevano una perizia paleografica non comune sia per i loro caratteri sia per lo stato di conservazione dei documenti. Si dovette, perciò, rimandare il lavoro a tempi migliori.
In questo modo, tra successi e insuccessi, tra programmi attuati e rimandati, tra atti di benevolenza del sommo pontefice e preoccupazioni quotidiane della cura dei singoli monasteri, passò il triennio e si giunse all'aprile del 1739 quando bisognava procedere al cambio di guardia.
Il De Angelis passò allora a reggere l'abbazia di Aversa, dove finì di vivere, colpito d'apoplessia, il 20 febbraio 1745, all'età di circa 80 anni (NV 30v).
Dobbiamo riconoscere che il governo dell'abate De Angelis fu molto proficuo per la congregazione verginiana, avendo trovato nel sommo pontefice Clemente XII una grande comprensione e una benevolenza che non fece rimpiangere eccessivamente il suo immortale predecessore Benedetto XIII.