Gli stemmi · 16

Matteo Iacuzio

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Forino · 24 aprile 1763 – 20 aprile 1766 · rieletto 6 agosto 1775 – 1° novembre 1778

Sigillo di Matteo Iacuzio

Difficilmente si troverà nella storia di Montevergine un altro procuratore generale che in un biennio abbia lavorato tanto e, soprattutto, abbia avuto risultati così copiosi come quelli conseguiti dall'abate Matteo Iacuzio durante gli ultimi due anni del generalato dell'abate Letizia.

Perciò, l'essere stato eletto abate generale, il 24 aprile 1763, con una perfetta unanimità di consensi, fu cosa che non meraviglia nessuno. Del resto, in quel momento egli era l'esponente più qualificato della provincia di Principato Ultra, alla quale apparteneva e alla quale spettava questa volta di dare l'autorità suprema alla congregazione.

L'abate Iacuzio si era lungamente formato con l'ufficio di lettore, al quale, come pure alla predicazione, era stato approvato l'8 maggio 1740 (RC V, 189). Come superiore locale, aveva esordito dal priorato di S. Onofrio, ma poi aveva preferito rinunziarvi per ritornare all'ufficio di lettore, verso il quale si sentiva sommamente portato. Passato, fin dal 1751, di residenza a Roma come lettore e come organista, lì rimase fino al 18 agosto 1760, quando fu eletto abate di Castelbaronia, ma già l'anno seguente ritornava a Roma come procuratore generale.

Egli si era acquistata una vasta cultura e una estesa conoscenza della curia romana.

Fu membro di un'accademia di cultura, creata da Benedetto XIV, e pubblicò parecchie opere di erudizione e di scienze teologiche. La sua profonda conoscenza del greco e del latino si riveleranno continuamente anche durante gli anni del suo generalato.

Eletto abate il 18 agosto 1760, prima che scadesse l'anno, il 26 aprile 1761, riceveva la benedizione abbaziale dall'abate Letizia nella cappella di Loreto (RC VI, 9).

Al momento dell'assunzione alla dignità di abate generale Matteo Iacuzio aveva 47 anni e sentiva in sé come un fremito di vita che voleva comunicare alla congregazione. Difatti, già il 10 maggio inviava una circolare, in cui, partendo dal principio che la santità della vita e l'applicazione allo studio debbono essere le due solide basi per far crescere e risplendere nella Chiesa di Dio ogni religiosa famiglia, faceva notare lo splendore di queste doti nei tempi antichi della congregazione, per trarne poi le conclusioni pratiche da tener presenti, se si voleva ritornare pienamente al lustro di una volta.

Riportiamone qui qualche punto, che ci aiuti maggiormente a capire gli usi e i costumi del settecento monastico.

Dopo aver ricordato l'obbligo della recita dell'ufficio divino in comune, il canto della messa conventuale e dei vespri, come pure la Vigilia della Madonna ogni venerdì, l'orazione mentale e la disciplina, ribadisce la proibizione di tenere armi, «non vergognandosi alcuni religiosi portarle nelle spalle in ogni luogo, a modo di sbirri».

Il quadro di questi religiosi-sbirri diventa ancora più vivo quando l'abate Iacuzio ci presenta un altro disordine invalso, quello cioè «di tenersi a servigio, e portarsi dappresso sin anche nelle città, in divisa di volanti da campagna, piccoli ragazzi».

Guardando poi da vicino questi religiosi, egli ne osserva le mani inanellate «finanche alcuni giovani appena usciti dal noviziato», mentre era lecito solo agli abati portare anelli; sul capo «le zazzerine», e certi giovani sacerdoti si vergognano di portare la tonsura o corona monastica, alla quale pure son tenuti.

La presentazione di questi religiosi fuori gregge viene completata da un altro richiamo, valido per fratelli e coristi. Si proibisce ai fratelli di portare i berrettini di tela bianca e, più ancora, quelli di seta nera «all'inglese, che taluni anche dei padri costumano di portare in viaggio senza cappello», mentre erano permessi i soliti berrettini di panno o scottino bianco.

Non mancava neppure un richiamo al taglio delle tonache e degli scapolari dei fratelli.

Altri richiami erano rivolti al rispetto verso i superiori, alla cura degli infermi, alla povertà delle celle.

In modo particolare, l'abate Iacuzio si rivolgeva agli studenti, inculcando, per ora, alle case di studentato di stabilire l'orario in modo da favorire effettivamente gli studi; di costituire per i padri lettori un onesto e religioso servizio con qualche fratello addetto per essi, perché «in qualche maniera siano ricompensate le loro fatiche». L'abate generale dava l'elenco delle vacanze scolastiche mentre si riprometteva di redigere un regolamento completo degli studi, prima dell'inizio del nuovo anno scolastico a novembre.

Infine, si raccomandava la carità verso i fratelli e la cura per una loro conveniente istruzione (B 213; RC VI, 23v-25).

Nonostante questo maggiore rigore che si preannunzia per gli studi, il 31 maggio di quello stesso 1763, la S. Congr. Dei Vescovi e Regolari, accogliendo una supplica ad essa rivolta, rimette al cardinale protettore la facoltà per il definitorio generale di dispensare di qualche anno sul prescritto corso di otto anni di studio per coloro che dovevano essere esaminati agli uffici e alle dignità della congregazione, eccetto per il lettorato, dove non si ammetteva alcuna dispensa in proposito (RC VI, 28).

Dobbiamo riconoscere che l'abate Iacuzio prese veramente a cuore la questione degli studi. Conoscendo egli molto bene l'ambiente di Roma e come il monastero di S. Agata poteva divenire un'ottima palestra per sollevare la cultura della congregazione, redasse un particolare regolamento per il collegio o professorio di quel monastero, in cui «costumasi di collocar ... i migliori studenti, e che ha dato alla religione i soggetti più commendabili per esemplarità, erudizione e saviezza» (RC VI, 34v-37).

Vi furono anche altri punti delle costituzioni per i quali si domandarono deroghe. Riguardo ai requisiti per il priorato e per le altre cariche e dignità della congregazione, per cui si richiedeva un anno di permanenza al santuario, la S. Sede rimise al cardinale protettore Luigi Torrigiani la facoltà di poter considerare equivalente la dimora al Goleto o nel priorato di S. Onofrio. Nello stesso tempo si otteneva che l'ufficio di compagno del cellerario maggiore venisse giudicato requisito sufficiente per il priorato.

Durante questo triennio si eseguirono diversi lavori, anche se non furono molto appariscenti. Innanzi tutto ci piace ricordare che, stando a Roma, l'abate Iacuzio aveva potuto osservare nelle Gallerie Vaticane, al reparto delle carte geografiche, ad un lato della tavola rappresentante la provincia di Salerno, una veduta di Montevergine, della fine del secolo XVI. Appena eletto abate generale, diede incarico a Giovanni Pietro Chattan di fargliene una esatta copia. Il pittore così scriveva all'abate Iacuzio, il 23 dicembre 1763: «avendo dopo il penoso travaglio di quattro mesi continui dato compimento al divisato disegno e prospetto dell'insigne santuario di Montevergine, come ... nella Galleria Vaticana», attendeva suoi ordini per trasmetterglielo.

A Loreto l'abate Iacuzio ebbe la gioia di veder terminata la cappella secondo il contratto fatto stipulare dal suo predecessore, l'abate Letizia, in modo che il 7 dicembre 1765 poteva procedere alla consacrazione dell'altare, eretto in onore della Madonna.

Per questi ed altri lavori, previo consenso della S. Sede, si fu costretti a prendere a mutuo prima la somma di 1000 ducati (30 marzo 1764) e poi altri 2000 ducati (9 giugno 1764) (B 48).

Purtroppo il triennio di generalato dell'abate Iacuzio capitò in un periodo di forte crisi economica nel Regno. Nel 1763 il raccolto del grano era stato molto scarso: di qui il rincaro e la speculazione. Nel dicembre, in Napoli, per due giorni mancò il pane. A Napoli e in provincia, la folla saccheggiava le panetterie e i depositi di frumento alla presenza dei soldati armati, che non osavano intervenire. La mancanza di sicurezza era totale, al punto che il governo stesso, in un editto, consigliava ai mercanti e ai viaggiatori di circolare soltanto in gruppo e ben armati. Persino di giorno era pericoloso anche il semplice avventurarsi fuori città: si poteva essere facilmente assaliti da briganti affamati.

In questo stato di cose, durato per tutto il 1766, comprendiamo le ragioni che spinsero l'abate generale a domandare di essere dispensato dalla sacra visita di quattro monasteri della Puglia. La S. Sede, come sempre in questi casi, rimise la dispensa alla prudenza e carità del cardinale Torrigiani, protettore della congregazione, il quale diede il suo rescritto favorevole il 7 maggio 1765 (B 202).

In questo sfondo così fosco si spiega la resistenza dei vassalli di San Martino (Sannita) al trasporto delle farine dal Feudo a Montevergine, e come ci sia stato bisogno di ripetuti ricorsi per vincere tale resistenza (B 44: a. 1765).

Anche il palazzo abbaziale di Loreto non era del tutto sicuro. L'abate Iacuzio domandò protezione alle udienze di Montefusco e di Lucera, perché nessuno ardisse entrarvi con armi. Nello stesso tempo faceva sapere che, essendo capitati dei ladri per commettere furti, si era loro posto «il cannale al collo, e se n'è data parte all'udienza, acciò mandasse a prenderseli».

Questi ladri erano rimessi nei poteri delle autorità civili, perché a Loreto non vi era un carcere adatto per tali persone. Veniamo a conoscenza che anche a Montevergine vi era un collare di ferro con catena ugualmente di ferro, per castigare quelli che commettevano qualche delitto in quel luogo (B 170: a.1765-66).

In questo stesso tempo i governatori dell'ospedale dell'Annunziata cominciarono a contestare agli abati di Montevergine il titolo di baroni sulle loro terre. La vertenza si protrasse per lungo tempo, ma alla fine gli abati generali poterono conservare intatto il loro titolo sino alla fine della feudalità (cf. B 295: a. 1765).

Fu così che, per le circostanze esterne poco favorevoli, il triennio di generalato (cf. B 201) dell'abate Iacuzio fu meno ricco di avvenimenti e di opere di quanto si sarebbe atteso dalla sua capacità. Ma la congregazione si rese conto dei tempi e delle circostanze concrete; perciò non diminuì la stima e la fiducia verso di lui. Lo dimostrerà ad evidenza il favore che egli conserverà immutato presso i padri capitolari.

MATTEO IACUZIO

rieletto (6 agosto 1775 - 1° novembre 1778)

Secondo le costituzioni, il capitolo generale si sarebbe dovuto tenere quell'anno il 7 maggio, giorno in cui cadeva la terza domenica dopo Pasqua; ma, purtroppo, la discordia era penetrata largamente nelle file dei verginiani. Roma si faceva sempre più lontana, man mano sostituita da Napoli. Nella congregazione, appena ci si era accorti del breve pontificato di Clemente XIV e, se per qualche giorno se ne era parlato, questo era stato quando, dopo la soppressione dei gesuiti, anche nella congregazione verginiana si erano dovute prendere le misure imposte a loro riguardo, cosa del resto già fatta sin dal novembre del 1767, quando erano stati espulsi dal Regno.

Intanto, dopo cinque anni di pontificato, il 22 settembre 1774, era morto il papa Ganganelli e a lui era succeduto, cinque mesi dopo, il 15 febbraio 1775, il cardinale Giovanni Angelo Braschi, col nome di Pio VI, dopo un conclave agitatissimo, iniziato fin dal 5 ottobre 1774.

Questa elezione era stata voluta dall'imperatore, col quale si era accordato il re di Napoli col Tanucci.

Dopo questo sguardo alle condizioni generali, tornando al capitolo generale della congregazione verginiana, dobbiamo ricordare che altre volte, in casi di emergenza per Montevergine, era intervenuto o direttamente o indirettamente il sommo pontefice o la S. Sede o, più spesso, il cardinale protettore.

Invece, al momento in cui ci troviamo con la nostra storia, tutto dipende da Napoli, e i verginiani di lì debbono attendere gli ordini per rimettersi in cammino sul binario normale della loro vita.

Il capitolo non si poté tenere alla data fissata. Quattro abati (l'ex generale Alberico Mellusi, Marino Antignani, Vincenzo Moscati e Onorio Caputo) avevano fatto ricorso al re per impedire all'ex abate generale Matteo Iacuzio di intervenire al prossimo capitolo generale, sotto l'imputazione «di essere involto in alcune inquisizioni proseguite in Roma». Esaminata la causa nella real Camera di S. Chiara, l'abate Iacuzio fu trovato innocente delle accuse addebitategli e fu assolto da ogni imputazione.

Tuttavia, perché il capitolo potesse svolgersi con ordine e pace fu assegnato come presidente il cappellano maggiore, Mons. Matteo Gennaro Testa, arcivescovo di Cartagine.

Rimaneva da risolvere un'altra questione preliminare, quella dei votanti. Siccome durante la sede vacante, sino al 1° marzo 1775, erano morti tre abati (Letizia, Giovanni Gualberto Pionati e Nicola De Luca), venivano a mancare tre sui 24 voti prescritti nelle costituzioni, compreso quello del defunto abate generale. Il definitorio aveva, perciò, pregato l'abate procuratore generale Gaetano Moscati di far sostituire dalla S. Sede 3 priori con facoltà di voce attiva nell'elezione dell'abate generale; ma il procuratore generale, che era di parere contrario, subdolamente e dolosamente passò sotto silenzio la morte del De Luca, della provincia beneventana, e il 31 maggio 1775 ottenne il rescritto della S. Congr. dei Vescovi e Regolari: « che non si dava luogo all'elezione dei priori vocali nel caso riferito».

Venutasi a conoscere la frode, il procuratore alle liti, Sigismondo Cassano, e tutti i priori impedirono che al decreto venisse dato il regio Exequatur. Discussasi, perciò, la causa nella curia del cappellano maggiore e udite le parti, alla fine si concluse che, per questa volta, dovevano essere suppliti tutti i voti mancanti.

Essendo nel frattempo morti altri due abati (Onorio Ca puto il 25 aprile e Alberico Mellusi l'11 giugno 1775), si pro cedette all'elezione di sette priori vocali: cinque per gli abati defunti e due, come al solito, per le province di Benevento e di Salerno, le quali, come sappiamo, avevano solo cinque abati per ciascuna, mentre le altre due province ne avevano sei ognuna

Nonostante tutto questo, venutisi allo scrutinio, l'abate Matteo Iacuzio ebbe subito, al primo ballottaggio, 21 voti favorevoli e solo due contrari (Marino Antignani e Vincenzo Moscati). Era il 6 agosto 1775.

L'abate Iacuzio nel riprendere ora in mano le redini della congregazione verginiana si trovava in una condizione totalmente diversa da quando egli aveva iniziato il suo generalato il 24 aprile 1763. Ormai per tutte le questioni si doveva far ricorso al re.

Sulle stesse deliberazioni capitolari di quell'anno, vi furono ricorsi al re, perché da lui venisse il verdetto finale sia quanto alle misure prese per uno schiaffo che l'abate Angelo Maria D'Amato aveva dato a fra Giuseppe da Aversa, sia riguardo alla provvista di tre abbazie, come pure sui rescritti ottenuti da Roma dall'abate Marino Antignani (B 188)

Nello stesso anno, anche fra Carlantonio da Manocalzati ricorse al re contro la decisione presa dai capitolari, che non lo avevano ammesso alla professione religiosa (B 221).

Presero subito la via verso la reggia Urbano De Martino, Onofrio Capobianco e Albino Parigi, quando seppero che essierano stati incardinati in province diverse dalle «native» (B 221).

Intanto si era già presentata supplica al re per ottenere l'approvazione di quelli che erano stati dichiarati abilitati nelle province monastiche di Salerno e di Benevento (B 217).

Fortunatamente non tutto era passivo, neppure in quel tempo. Qualche privilegio si riuscì ad ottenere. Il 30 giugno 1776 si ebbe l'esenzione dalla milizia urbana per la gente addetta al servizio del monastero di Montevergine e di Loreto (B 215).

Questo privilegio si ottenne tanto più facilmente in quanto Montevergine ci tenne a far dichiarare la congregazione regia e di diritto patronale del re. Di qui scaturì una conseguenza immediata: la curia della cappellania maggiore era d'ora in poi il vero e principale tribunale per tutte le cause attinenti Montevergine e la sua congregazione (B 217: a. 1776-1794).

Ecco perché Montevergine deve mostrare sempre più interesse per gli avvenimenti riguardanti il re e la casa reale. Ce lo mostrano ad evidenza, per esempio, le tante lettere circolari che d'ora in poi si spediscono dalla curia di Loreto in attesa di lieti eventi delle regine di Napoli (cf. B 217: 18 giugno 1777).

Qualche volta erano anche delle persone estranee che provocavano dei dispacci riguardanti l'abbazia. Francesco Di Domenico e altri stampatori di immaginette della Madonna, il 15 agosto 1778, si lamentarono presso il re che i verginiani non volevano più stare ad una convenzione, stipulata con loro il 15 maggio precedente. Il re allora, con dispaccio del 29 agosto 1778, ingiunse all'abate generale di astenersi da attentati e novità incontrasto con gli obblighi assunti (B 10).

Quest'argomento diede occasione al governo di suggerire all'abate Iacuzio, il 6 ottobre dell'anno seguente, alcune norme da osservarsi riguardo ai venditori di sacre immagini al santuario (B 299).

Tutto questo ci fa comprendere agevolmente come anche dal punto di vista economico si andava verso la china. Le spese per le liti, le agitazioni nella congregazione, a volte l'amministrazione poco coscienziosa, spinsero l'abbazia a contrarre debiti sempre più gravi. Per limitarci al presente triennio, noi troviamo: il 26 settembre 1776 un onere di 49 ducati e 75 grana all'anno per il corrispettivo capitale di 1500 ducati; nello stesso anno, dapprima si prendono a mutuo 1000 ducati, poi altri 2574 e infine la vistosa somma di ben 7500 ducati (B 48).

Anche singoli monaci sono indebitati. Il 1° marzo 1777 troviamo l'impegno da parte di Gregorio Forte di dover pagare, per l'agosto di quell'anno, la somma di 20 ducati d'argento alla signora Anna Di Benedetto (B 56). Questo ed altri debiti portarono quel verginiano ad una vita a tal punto disordinata che dovette intervenire il re, il 14 aprile 1781, con un severo dispaccio contro di lui, in cui si diceva espressamente: sia indotto all'obbedienza, usando tutta la disciplina contemplata nella Regola e nelle costituzioni.

Troviamo pure qualche manomissione alla cassa del denaro dei priorati, esistente in Loreto, nella camera detta «Archivio piccolo» (B 259: 1 settembre 1778).

Ad ovviare, nella misura del possibile, agli inconvenienti deplorati, il 18 luglio 1776, si redasse una nota dell'argento vecchio esistente in Montevergine Maggiore: doveva servire come fondo a cui mirare in caso di estremo bisogno.

Con questo stato economico deficitario non si poteva certo pretendere che si fossero eseguiti grandi lavori.

Il 2 dicembre 1776, Costanzo Mellino parla di un paliotto che stava eseguendo a Napoli per il santuario; due anni dopo, accennando ad uno strumento, rogato dal notaio Saracinello il 19 ottobre 1778, fa menzione di lavori di candelieri e croce di argento e di un messale nuovo ricoperto di velluto e ornamenti pure d'argento (B 166).

Il lavoro più cospicuo, eseguito in questo triennio dall'abate Iacuzio, fu l'erezione, nel 1776, del monumento all'imperatrice Caterina di Valois e ai suoi figli Ludovico d'Angiò e principessa Maria. Vi appose una lunga iscrizione secondo le conoscenze storiche di quel tempo.

L'anno seguente l'abate Iacuzio riedificò e abbellì la cappella del Torrione, e anche qui appose una lunga iscrizione.

L'abate generale volle moltiplicare le lapidi al santuario come per aprire all'occhio del visitatore il senso profondo di ogni cosa. Così, nella cappella imperiale della Madonna pose un'iscrizione per il collegio dei dieci canonici, all'ingresso della foresteria sostituì la precedente iscrizione dell'abate Urbano Russo, del 1611, con un'altra molto più diffusa, anche se con interpretazione del tutto soggettiva di quel lontano e luttuoso avvenimento.

Durante questo suo generalato, l'abate Iacuzio affida al verginiano Angelo M. D'Amato la pubblicazione del suo Brevilogio.

Dopo questo sguardo alle opere edilizie e letterarie dell'abate Iacuzio, dobbiamo ritornare sulle miserie della congregazione verginiana come si mostravano al momento. La vita monastica è concepita come una carriera con gli avanzamenti per titoli, mentre si perde completamente di vista la funzione dell'abate e del priore secondo il genuino spirito della Regola benedettina. In questa corsa alle dignità, la S. Sede si era mostrata molto accondiscendente; ma ora il re non vuole rimanere indietro neppure in questo. Infatti, venuto a morte, il 6 febbraio 1776, Federico Pisapia, abate di Aversa, non si era potuto provvedere all'elezione regolare del suo successore, perché Angelo M. D'Amato e Benedetto De Ruggiero avevano fatto ricorso al re, dicendo che essi, idonei all'abbaziato nella provincia beneventana, nelle elezioni del 24 gennaio 1776 erano stati messi da parte ed erano stati preferiti due religiosi della provincia di Salerno, cioè Sebastiano Mangieri e Angelo Vassallo, i quali erano stati eletti rispettivamente abati di Sant'Agata di Puglia e di Candida.

Il re allora ordina che questi due abati vengano trasferiti alla loro provincia salernitana, lasciando vacanti due posti abbaziali nella provincia di Benevento. Il definitorio deve obbedire, e, così, il 1° settembre 1776, come abate di Sant'Agata di Puglia è eletto il De Ruggiero e come abate di Candida il D'Amato (RC VI, 92).

Ma, anche dopo questa data, continuarono le liti e le controversie per la creazione del successore dell'abate Pisapia, impedendosi così la creazione di un nuovo abate. Per renderci esatto conto di come andavano le cose, basta riflettere che gli zelanti pubblicarono un opuscolo, illustrativo del loro punto di vista; contro di essi venne allora pubblicato un volume più ampio, di ben 114 grosse pagine, dal titolo «Confutazione degli assurdi intrapresi da alcuni abbati asserti zelanti della congregazione benedettina di Montevergine». Finalmente, dopo 9 mesi, il re «per la somma sua munificenza e per la sua speciale regale protezione» verso la congregazione, con un altro suo dispaccio, datato il 12 ottobre, rimise alla prudenza del definitorio di comporre le liti e controversie e di assegnare gli abati secondo le costituzioni e secondo la prassi seguita sino allora (B 221).

E per una tale deliberazione ci vollero 9 mesi e si dovette far appello alla «somma munificenza» e alla «speciale protezione» del re verso la congregazione verginiana! Quando si diventa schiavi, anche l'aria che si respira è un dono munifico del padrone!

Si verifica intanto ancora qualche elezione di abati titolari da parte del sommo pontefice Pio VI. Segnaliamo quelle degli abati Bernardino Izzi, Gennaro Lombardi e Cherubino Antignani.

Ma non erano queste le elezioni che risolvevano il malessere e il malumore che ormai aveva avvelenato una parte della congregazione verginiana. Già l'elezione dei priori vocali, eseguita nell'ultimo capitolo generale, aveva fatto vedere chiaramente all'abate Iacuzio gli inconvenienti che si potevano verificare e che di fatto si erano verificati. Egli pensò allora di venire a capo della distribuzione uguale delle abbazie nelle quattro province, con l'erezione in abbazia di altri due priorati, quelli di Massa e di Lauro, in modo che anche le province di Salerno e di Benevento avessero i loro sei abati. I suoi oppositori dissero invece che l'abate Iacuzio l'aveva fatto per dare un'abbazia all'abate titolare Ramiro Calenda.

Ma, anche dopo questa data, continuarono le liti e le controversie per la creazione del successore dell'abate Pisapia, impedendosi così la creazione di un nuovo abate. Per renderci esatto conto di come andavano le cose, basta riflettere che gli zelanti pubblicarono un opuscolo, illustrativo del loro punto di vista; contro di essi venne allora pubblicato un volume più ampio, di ben 114 grosse pagine, dal titolo «Confutazione degli assurdi intrapresi da alcuni abbati asserti zelanti della congregazione benedettina di Montevergine». Finalmente, dopo 9 mesi, il re «per la somma sua munificenza e per la sua speciale regale protezione» verso la congregazione, con un altro suo dispaccio, datato il 12 ottobre, rimise alla prudenza del definitorio di comporre le liti e controversie e di assegnare gli abati secondo le costituzioni e secondo la prassi seguita sino allora (B 221).

E per una tale deliberazione ci vollero 9 mesi e si dovette far appello alla «somma munificenza» e alla «speciale protezione» del re verso la congregazione verginiana! Quando si diventa schiavi, anche l'aria che si respira è un dono munifico del padrone!

Si verifica intanto ancora qualche elezione di abati titolari da parte del sommo pontefice Pio VI. Segnaliamo quelle degli abati Bernardino Izzi, Gennaro Lombardi e Cherubino Antignani.

Ma non erano queste le elezioni che risolvevano il malessere e il malumore che ormai aveva avvelenato una parte della congregazione verginiana. Già l'elezione dei priori vocali, eseguita nell'ultimo capitolo generale, aveva fatto vedere chiaramente all'abate Iacuzio gli inconvenienti che si potevano verificare e che di fatto si erano verificati. Egli pensò allora di venire a capo della distribuzione uguale delle abbazie nelle quattro province, con l'erezione in abbazia di altri due priorati, quelli di Massa e di Lauro, in modo che anche le province di Salerno e di Benevento avessero i loro sei abati. I suoi oppositori dissero invece che l'abate Iacuzio l'aveva fatto per dare un'abbazia all'abate titolare Ramiro Calenda.

In realtà, fin dal 9 aprile 1763, i due priorati di Massa e di Lauro erano stati eretti in abbazia, ma delle difficoltà sopravvenute avevano impedito di procedere all'elezione dei rispettivi abati.

La supplica per quell'erezione era stata presentata, all'inizio del 1763, alla S. Congr. dei Vescovi e Regolari, e questa, per informazione e per voto, aveva passato la domanda al cardinale protettore Torrigiani, il quale, il 12 febbraio dello stesso anno, aveva dato voto favorevole, perché reputò sufficiente la rendita annua di 923 ducati per Lauro e di 850 ducati per Massa. Vi intervenne anche il regio Exequatur il 14 marzo 1763.

Senonché, nel capitolo generale dell'aprile di quel 1763, il partito degli zelanti impedì la nomina dei due abati, facendo negare l'assenso dai padri capitolari, cosicché quei monasteri continuarono ad essere retti da priori.

Ora, nel voler erigere le due abbazie, l'abate Iacuzio aveva avuto, il 12 ottobre 1776, un dispaccio regio dalla segreteria del cappellano maggiore, in cui si diceva letteralmente: «E nel tempo stesso approva Sua Maestà ... anche l'erezione dei due monasteri priorali di S. Giacomo di Lauro e di S. Onofrio della Massadiruta in badie, quando ne abbia avuto il diffinitorio la facoltà col regio Exequatur, e ciò a fine di stabilirsi la pace e di non eccitarsi nuove discordie» (RC VI, 102 sgg.). Il che significava che, per erigere canonicamente le due abbazie si richiedevano le necessarie facoltà della S. Sede munite di regio Exequatur. E proprio su questo verranno fra poco le opposizioni.

Il 2 novembre 1776 fu eletto come primo abate di S. Onofrio Pietro Paolo Boursaler, mentre all'abbazia di Lauro vi fu trasferito Gaudenzio Batangelo, che in quel momento era abate di Montefalcione.

Intanto il 22 ottobre 1776 l'abate Iacuzio aveva spedito una circolare, indicendo una dieta generale per il 3 novembre successivo, per poter procedere alla distribuzione degli individui nella congregazione in ordine alle dignità: dieta resasi necessaria dopo l'erezione delle due nuove abbazie, essendosi resi uguali, nelle singole province della congregazione, abbazie e priorati.

Benché non tutti gli abati e priori fossero presenti a quella dieta, però la maggior parte degli intervenuti diede il consenso, purché fossero vere le facoltà col regio Exequatur. Qualcuno, come il D'Amato, fu apertamente contrario a tale equiparazione dei monaci nelle quattro province (RC VI, 94; B 175: a. 1776).

Fu subito inviata alla S. Sede una supplica per la conferma delle deliberazioni prese e si costituì un apposito registro, al quale Bernardino Izzi premise una interessante esposizione storica (B 175).

Nella stessa dieta del 3 novembre venne proposto di domandare alla S. Sede di considerare, come titolo sufficiente e canonico per le dignità, l'ufficio di lettore morale e di infermiere a Loreto; che gli uffici di vicario in Montevergine, di palazziere o foresterario e di iconiere al santuario, esercitati per tre anni, dessero diritto, nelle elezioni, alla preferenza per il priorato, qualora già per un altro triennio si fossero esercitate cariche di «requisito canonico» (RC VI, 95).

Già da quanto abbiamo detto sin qui si può vedere chiaramente il carattere energico e volitivo dell'abate Iacuzio. Questo si mostra ancora di più nel difendere le sue prerogative e privilegi. Quando, perciò, vi fu un attentato di non far suonare le campane passando per Mercogliano nel recarsi a Montevergine, egli reagì fortemente (B 295: 29 maggio 1776). In questa stessa linea si mantiene un pubblico attestato, che egli fece redigere il 29 aprile e il 13 dicembre 1777, dove si fanno notare gli onori che gli si erano prestati pubblicamente in Mercogliano (B 213).

Così ci rendiamo conto perché l'abate Iacuzio abbia sempre strenuamente difeso per gli abati generali il titolo di baroni del regno, e nei suoi decreti non esita a denominarsi «uno dei primi baroni del regno di Napoli» (RC VI, 90v); e quando i governatori dell'Annunziata riuscirono, nel 1778, a ottenere un dispaccio regio ad essi favorevole, proprio in ordine a questo titolo, l'abate generale si mosse subito per farlo revocare (B 295). Fu allora che si raccolsero testimonianze, che attestavano che gli atti di deferenza, prestati ai governatori dell'Annunziata nel recarsi al santuario, erano quelli che si solevano usare per tutte le persone di un certo riguardo (B 295: a. 1776-88).

Nello stesso tempo, l'abate Iacuzio aveva fatto una cattiva esperienza con quei religiosi che provenivano dalle terre baronali e dai paesi in cui si trovavano monasteri verginiani. Perciò, nella dieta definitoriale del 20 aprile 1777, tenuta questa volta a Casamarciano, stabilì di non ricevere più né novizi né alunni di quei luoghi, eccetto i nobili di luoghi baronali come Sarno e Sanseverino.

Intanto gli usi mutavano e la società si evolveva, anche nel seppellire i morti. Perciò l'abate generale diede ordine che i religiosi della congregazione si seppellissero vestiti e con la tunica.

Lo stesso sapore dei tempi nuovi si faceva sentire nei fratelli. Essi mal sopportavano un abito diverso da quello dei coristi e, per reazione, talvolta non si peritavano di usare un abito simile a quello degli stessi superiori. Perciò la dieta definitoriale del 1777 dovette ribadire le norme sancite dalle costituzioni (RC VI, 100).

Già l'anno precedente, il 10 novembre 1776, lo stesso abate generale si era dovuto occupare del vestito degli ex abati generali (RC VI, 95); ed egli estese giustamente la sua cura e preoccupazione anche al modo più conveniente di vestire del clero diocesano. Perciò, già nel 1765 insistette sull'abito talare per i sacerdoti, particolarmente in chiesa. Su questo punto egli ritornò con un decreto in atto di sacra visita, munendolo di una sanzione penale pecuniaria di 30 carlini ogni volta che i trasgressori fossero ritrovati in difetto. Le norme date dall'abate Iacuzio trovarono, questa volta, una indiretta autorevole conferma nelle disposizioni che vennero nel luglio del 1778, con un dispaccio della real Camera (B 217).

Solo allora cessarono del tutto le opposizioni da parte del clero alle norme date dall'abate generale. Lo stesso, purtroppo, non si verificò nel seno della congregazione in ordine a quei punti che erano occasione di tenerla sossopra.

Abbiamo già sottolineato, negli ultimi anni, i malcontenti e le agitazioni che serpeggiavano, come pure i ricorsi e gli interventi delle autorità regie negli affari interni della congregazione. Man mano che si va avanti le cose assumono proporzioni maggiori e più preoccupanti, paralizzando tutta l'attività degli abati generali, del definitorio e degli stessi capitoli generali.

Con una certa inquietudine abbiamo visto certi atteggiamenti presi nel 1775 in preparazione del capitolo generale: in realtà, si trattava di una semplice scaramuccia; una vera e propria guerra si scatenò nel mese di marzo 1778.

Il 28 febbraio 1778 venne a morte Pietro Paolo Boursaler, abate di S. Onofrio. Una settimana dopo, il 7 marzo, si riunì la dieta a Marigliano per dare il successore in quell'abbazia. Ricordiamo che il definitorio era composto, oltre che dell'abate generale Iacuzio, dei due definitori visitatori, Domenico Schipani ed Enrico Pacifico, e dei due definitori capitolari, Anselmo Toppi e Giovanni Crisostomo De Martino.

L'abate Toppi domandò se erano arrivate le copie autentiche delle facoltà richieste dal re per l'erezione del monastero di Massa in abbazia. Non gli furono mostrate. Allora il Toppi protestò formalmente che non intendeva partecipare a quella dieta per la provvista dell'abbazia vacante, se non gli si mostravano le necessarie facoltà apostoliche insieme con l'assenso regio, perché assolutamente non intendeva incorrere nell'indignazione del re. Di questa sua protesta lasciò istanza scritta. Ciò fatto, uscì dall'aula.

Non si tenne alcun conto di questa protesta e della pertinace assenza dell'abate Toppi, e perciò si procedette ugualmente alla provvista di quell'abbazia di S. Onofrio, eleggendovi come abate Felice Chioccarelli.

Avvicinandosi intanto il tempo della celebrazione del capitolo generale, che doveva aver luogo il 10 maggio, si fece ricorso al re da parte di sei abati (Vitantonio Santamaria, Benedetto De Ruggiero, Anselmo Toppi, Angelo M. D'Amato, Eugenio Mauro e Angelo Vassallo), perché si riducessero al pristino stato di priorati le due abbazie di Lauro e Massa, perché erette senza le legittime facoltà e, conseguentemente, era nulla l'elezione degli abati Calenda e Chioccarelli, e inoltre - dicevano essi - sarebbero stati nulli gli atti del capitolo generale con grave danno della congregazione.

Allora il cappellano maggiore, a nome del re, scrisse all'abate generale, il 30 marzo 1778, domandando il testo originale delle facoltà per quella contrastata erezione, insieme col regio Exequatur, che giustificasse in pieno gli atti eseguiti dall'abate Iacuzio.

L'abate generale rispose con una lunga lettera, il 7 aprile 1778, facendo una chiara e minuziosa messa a punto della questione in tutto il suo sviluppo. Egli sosteneva che il definitorio non era passato nel 1763 all'esecuzione dei due decreti di erezione in abbazia unicamente perché non si era d'accordo da quali province si dovevano sottrarre i due priorati da erigersi in abbazie, e per questa ragione continuarono a destinarvisi i priori sino al 1776, pur essendo nell'assoluta facoltà del definitorio di mettervi al governo gli abati. Eppure, continuava l'abate generale, neppure nel 1776 il definitorio volle servirsi della sua facoltà senza renderne consapevole il cappellano maggiore, dal quale riportò l'approvazione regia,

Parla poi dell'elezione dei due abati, della morte dell'abate Pietro Paolo Boursaler e della dieta di Marigliano del 7 marzo 1778. E qui calca le tinte sulla irragionevole opposizione dell'abate Toppi e sulla legittimità di quella dieta e della susseguente elezione dell'abate Chioccarelli.

La vertenza giunse al re; ma, essendosi ammalato il cappellano maggiore, questi non poté dare subito il suo voto.

Ora, pur essendo pendente questa consulta, fu indetto il capitolo generale per il 10 maggio.

Frattanto il 7 maggio il cappellano maggiore poteva comunicare all'abate generale e ai definitori di aver riferito al re sul nuovo ricorso degli abati zelanti, dicendo che si rimetteva allo stesso imminente capitolo generale la discussione sulla legittimità della creazione delle due abbazie, e di conseguenza dell'elezione dell'abate Chioccarelli, e se dovevano intervenire e dare il voto l'abate Calenda (perché sarebbe stato privato dal re «di esercizio con dispaccio del dì 17 agosto 1776») e l'abate Toppi, quest'ultimo in quanto sarebbe attualmente inquisito presso la S. Sede, in conseguenza del suo atteggiamento di disubbidienza formale nella dieta del 7 marzo passato.

L'esito delle discussioni doveva essere rimandato allo stesso cappellano maggiore, perché potesse dare il necessario voto al re.

Per rispondere ai due quesiti, si raccolsero gli abati il 10 maggio 1778. L'abate Iacuzio, seguito da altri nove abati (Schipani, Pacifico, Scibelli, Ferrari, Antignani, Procaccini, Siviglia, Calenda e Chioccarelli) sostenne naturalmente la legittimità dell'erezione delle due abbazie e la conseguente legittimità dell'elezione dell'abate Chioccarelli; riguardo al Calenda fu del parere che questi dovesse intervenire al capitolo per la seguente ragione. E' vero che il re col dispaccio del 17 agosto 1776 (B 221) aveva deciso che il Calenda «restasse senza esercizio», ma questo si dovette a un equivoco, in quanto il cappellano maggiore, credendo che le badie della congregazione verginiane fossero «locali», cioè proprie dei membri delle rispettive province, aveva stabilito che quell'abate fosse trasferito alla sua nativa provincia di Salerno e gli venisse assegnata la badia di Nocera, appena vacante, e frattanto rimanesse senza governo, non essendo possibile che due abati di governo reggessero contemporaneamente la stessa abbazia. Ma quando l'abate generale col suo definitorio fece presente al real trono che le abbazie verginiane non erano «locali» nel senso che si era supposto, il re con altro dispaccio del 12 ottobre 1776 rimise alla prudenza del definitorio di stabilire a tenore delle costituzioni e della prassi abituale. Invece riguardo all'abate Toppi, l'abate generale si rimetteva senz'altro alle dichiarazioni ai capitoli 24 e 65 della Regola, alla pratica canonica e alla disciplina della Chiesa.

Viceversa altri 13 abati (cioè: Vitantonio Santamaria, Giovanni Crisostomo De Martino, Gaudenzio Batangelo, Vincenzo Moscati, Gaetano Moscati, Sebastiano Mangieri, Nicola Verduzi, Lelio Falangola, Gioacchino Cotinelli, Angelo M. D'Amato, Eugenio Mauro, Angelo M. Vassallo, Benedetto De Ruggiero), senza contare l'abate Toppi, che non volle intervenire nel trattarsi della sua causa, sostenevano la sentenza opposta su tutti i punti. Quindi: l'invalidità dell'apertura delle due abbazie perché non vi sarebbero state le indispensabili condizioni giuridiche; si sforzavano poi di giustificare anche l'atteggiamento ribelle dell'abate Toppi.

Si mandarono gli atti con l'esposizione delle due sentenze al cappellano maggiore, il quale rispondeva, il 19 dello stesso mese, facendo notare che, per risolvere quelle questioni, i cui pareri erano così contrastanti, si richiedeva molto tempo. Perciò, per il momento, si lasciavano le cose come si trovavano e frattanto si differiva la celebrazione del capitolo generale.

Lo stesso giorno, 19 maggio, si raccolgono i padri capitolari e l'abate generale scioglie il capitolo.

Dopo lunghe investigazioni e dopo aver ascoltato ripetutamente i rappresentanti delle due parti, alla fine il cappellano maggiore diede il suo voto al re in questi termini: le due abbazie erano state erette legittimamente e perciò dichiarò valide le elezioni del Calenda e del Chioccarelli.

Gli abati zelanti fecero allora pressione direttamente sul re, e questi fece inviare al cappellano maggiore un'altra lettera, il 26 settembre 1778, in cui si diceva: «Per tutte queste difficoltà, non ha potuto la Maestà Sua risolvere l'attual controversia: all'incontro ha considerato che troppo ormai siasi dilatato il tempo del capitolo; e che molte sono le lagnanze contro il padre abate generale di dissipamento dei beni e di oppressione dei suoi non partigiani». Perciò, gl'ingiungeva di rileggere attentamente tutto l'incartamento che gli si accludeva, e alla fine si concludeva: «Stia però nell'intelligenza che la Maestà Sua vuole in ogni conto risolvere questa pendenza per metter fine a tal lite nel Consiglio di Stato del dì 14 dell'entrante mese di ottobre; onde mi rimetta la consulta con l'anticipazione conveniente. Napoli 26 settembre 1778. Carlo De Marco» (B 217).

Il cappellano maggiore rimise al re una seconda sua consulta, che confermava in tutto il voto espresso precedentemente.

Il re, dopo il Consiglio di Stato del 14 ottobre, inviò un altro dispaccio al cappellano maggiore, in cui da una parte gli ingiungeva di far procedere ad una sollecita celebrazione del capitolo generale, perché dalla sua dilazione ne proveniva un grandissimo danno, e dall'altra, influenzato dal gruppo degli zelanti e dalle loro obiezioni all'erezione delle due abbazie, dispose che al capitolo generale non partecipassero gli abati Calenda e Chioccarelli. Perché poi tutto potesse procedere con pace e con ordine, designò lo stesso cappellano maggiore come presidente del capitolo.

In conclusione: l'abate generale Iacuzio ha vinto con le sue ragioni presso il cappellano maggiore; gli zelanti, completamente venduti alla causa «realista», hanno esercitato un forte ascendente sul re, per cui questi vide in loro dei «fedelissimi» ad oltranza, sui quali poteva far leva negli scopi prefissi dal suo governo.

L'abate Iacuzio, che da lettore e da procuratore generale a Roma aveva attirato lo sguardo compiaciuto dei verginiani, prima per l'opera di erudito da lui svolta, e poi per le benemerenze procacciatesi con l'ottenere dalla S. Sede numerosi interventi, utili alla congregazione, perdette molto del suo ascendente durante il suo secondo triennio di governo generalizio.

Il suo modo di agire, forse non sempre in perfetta armonia con l'osservanza fedelissima di qualche punto delle costituzioni, specialmente in quello in cui si limitava il suo potere di abate generale, concepito alquanto autocraticamente, gli mise contro un forte gruppo di abati. Questi zelanti, talvolta forti della lettera delle leggi, più spesso ancora imbevuti e intossicati dal veleno dell'assolutismo regio, trovavano la loro forza in quel servilismo alla causa del re, in tutte le sue manifestazioni, per cui ricevevano appoggio dal governo, rendendo la congregazione sempre più umile ancella della volontà regia.

L'abate Iacuzio passò a reggere il monastero di Aversa, riprendendo in mano la sua Theologia dogmatica, interrotta 20 anni prima, ma che non riuscì a pubblicare, prevenuto dalla morte il 7 maggio 1780, all'età di 63 anni.

Ma ormai il partito degli zelanti ha causa vinta e può già intonare il canto trionfale della vittoria, le cui note echeggeranno nelle regge di Napoli e di Caserta.

Il sigillo di Matteo Iacuzio è circondato da una bordura e accompagnato da un'iscrizione disposta circolarmente lungo il margine, non comprensibile. E’ racchiuso in uno scudo partito inserito in una ricca cornice barocca decorata con volute, foglie d'acanto e motivi vegetali.

Lo scudo è sormontato dal galero prelatizio con sei nappe per lato e affiancato dal pastorale e dalla croce astile, insegne della dignità abbaziale e dell'autorità spirituale.

Nel primo campo compare lo stemma della Congregazione Verginiana, mentre nel secondo è raffigurata l'arma personale dell'abate: un leone rampante che sostiene una mano aperta rivolta verso l'alto.

Il leone, tradizionale simbolo di forza, coraggio e nobiltà d'animo, si unisce al gesto della mano, interpretabile come segno di affidamento alla volontà e alla protezione divina. L'insieme esprime il legame tra autorità e fede, sintetizzando i principi che ispirarono il governo di Matteo Iacuzio e la sua eredità spirituale e culturale.

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