Gli stemmi · 14

Nicola M. Letizia

Abate generale della Congregazione verginiana di Montevergine

Napoli · 14 maggio 1748 – 2 maggio 1751 · rieletto 27 aprile 1760 – 24 aprile 1763 · rieletto 10 maggio 1772 – 10 giugno 1774

Sigillo di Nicola M. Letizia

L'ordine delle province per il candidato al generalato era stato sconvolto dal governo dell'abate Mancini; perciò, nel capitolo del 14 maggio 1748, si presentò la questione preliminare da risolvere: questa volta, il dare l'abate generale spettava alla provincia salernitana o a quella napoletana? Messa ai voti, la maggioranza, fu a favore della provincia napoletana.

Come priori vocali vennero eletti Marcantonio Stinca e l'abate titolare Luigi de Nicolais.

Al primo scrutinio fu eletto abate generale Nicola M. Letizia con 18 voti favorevoli su 22 votanti.

Sull'abate Letizia è stata fissata una lunga nota biografica, redatta dal padre Bernardino Izzi e inserita nel Registro dei Capitoli (RC VI, 77-78), dalla quale ci piace stralciare alcune notizie, che tornano utili per lumeggiare la figura del neoeletto abate generale, che per ben tre volte sarà chiamato a reggere la congregazione verginiana.

Nato a Napoli il 24 ottobre 1700, dopo lo studio della grammatica e delle belle lettere, a venti anni fu ricevuto nella congregazione verginiana, vestendone l'abito il 4 luglio 1720 ed emettendo i voti religiosi il 5 luglio dell'anno seguente.

Attese con impegno agli studi della filosofia e della teologia nei vari studentati della congregazione, e già il 27 aprile 1722 egli sosteneva una pubblica disputa davanti ai padri capitolari (RC IV, 329). Il 12 maggio 1726 egli veniva approvato come lettore, ufficio che esercitò per 6 anni nei monasteri del Goleto, Capua, Aversa e Napoli.

Intanto il 9 aprile 1728 fu anche approvato per la predicazione (RC V, 44).

Mentre si trovava come lettore in Napoli, ebbe uno sbocco di emottisi, che mise in serio pericolo la sua vita. Per venirgli incontro, l'abate generale Girardi lo esonerò dalla lettura e lo creò priore di Pozzuoli, affinché, col beneficio di quell'aria sulfurea, potesse ricuperare la perduta salute. Effettivamente si riprese completamente. Il 9 novembre 1734 fu eletto abate di Castelbaronia; quindi passò al Goleto (1735-39). Il 1° maggio del 1735 ricevette la solenne benedizione abbaziale dall'abate generale Federici in Montevergine; passò poi a reggere i monasteri di Roma (1739-42) e di Castelbaronia (1742-43).

Mentre era superiore al Goleto, l'abate Letizia diede inizio alla costruzione della nuova chiesa, che innalzò sino al cornicione, e comprò anche il legname in Montella, per poter procedere alla copertura, appena fosse terminata la fabbrica.

La congregazione cooperò alle spese con una colletta che diede 1678 ducati.

Il Letizia si trovò al governo di Roma quando contemporaneamente vi era procuratore generale l'abate Mancini. Fra i due si strinse una ferma amicizia.

L'abate Letizia s'insinuò destramente nell'amicizia del cardinale Carlo M. Sacripante per mezzo della signora contessa Della Porta, vecchia dama, alla quale il cardinale era molto tenuto. Per obbligare ancora di più il cardinale venne locato a quella dama l'appartamento, che poi servì di residenza al procuratore generale.

Appena venuto a morte il cardinale Passeri, il Letizia tanto si adoperò presso il papa Benedetto XIV, che questi concesse il Sacripante come nuovo protettore della congregazione.

Frattanto sopravvenne il capitolo generale del 15 aprile 1742, nel quale per la terza volta fu eletto abate generale Ramiro Girardi. Furono contrari - come abbiamo già visto - gli abati Letizia, Mancini, De Rogatis e Del Giudice.

Il nuovo definitorio assegnò come abbazia al Letizia il monastero di Castelbaronia. E qui lasciamo la parola al padre Izzi: «Sdegnato più di tutti quattro i suddetti zelanti, il Letizia cominciò a macchinare contra il generale, diffinitorio, e contra due abati esgenerali, che erano D. Michele Del Re ed il suddetto Federici; onde con esposti tutti alieni dal vero, con suppliche false fatte fabbricare, sottoscrivere ed autenticare col sigillo del pubblico di Mercogliano, pigliato furtivamente dalla casa del primo eletto, dove entrarono per la finestra, e con altri modi impropri, rappresentati tutti al protettore cardinal Sacripante dal P. Abate De Rogatis, che pose in total discredito presso protettore il procuratore generale Federici, e con esorbitanti regali alla suddetta contessa ed al cardinale stesso, al quale, tra l'altro, donarono una muta a sei di ottimi cavalli, che costò 1200 ducati, spesi dal P. D. Ezechiele De Angelis, e consegnati al maestro di stalla di detto cardinale dal P. D. Filippo M. Gaudiosi, congiunto di detto De Rogatis, ottennero dal protettore quanto domandarono».

Così il Sacripante, che all'inizio del suo ufficio di protettore fece effettivamente tanto bene alla congregazione, «avendo dato credito ai falsi rapporti dei quattro zelanti, divenne un destruttore del formale della congregazione, che anco la pose in procinto di farla sopprimere».

Quel che seguì dopo il breve pontificio del 21 maggio 1743 ci è già noto da quanto abbiamo detto più sopra sul governo dell'abate Mancini.

Con l'abate Letizia cominciava una prassi nuova nell'elezione dell'abate generale. Il neoeletto, infatti, il 20 maggio di quell'anno 1748, dovette prestare, nelle mani del vescovo di Avellino, il giuramento, prescritto recentemente dal papa Benedetto XIV con una sua costituzione apostolica (RC V, 307).

Godendo dei privilegi concessi dai papi agli abati generali, l'ab. Letizia cominciò subito a impartire la benedizione abbaziale agli abati verginiani di nuova elezione. Ordinariamente questo rito non assumeva un tono di molta solennità; divenne invece particolarmente vistoso quando il 24 giugno 1748 si trattò della benedizione degli abati Luigi De Nicolais, Gaetano Moscati e Venanzio Pironti. Essa venne conferita nella città di Avellino (RC V, 318) dall'abate Letizia, assistito dagli abati Gennaro De Rinaldo ed Emiliano De Leonardis. A questa solenne benedizione parteciparono quasi tutti i cittadini del luogo sia nobili che plebei, con largo concorso anche di forestieri. In particolare vi intervennero le maggiori dignità e i canonici della cattedrale, in abito di rito, insieme col vicario generale della curia, come pure vi furono presenti i principali ministri e officiali dell'eccellentissimo principe e patrono.

Qualunque sia stata la responsabilità dell'abate Letizia negli anni precedenti, in ordine alle nuove costituzioni e all'appoggio dato alle mire ambiziose del Mancini, dal momento che divenne abate generale si rese altamente benemerito verso la congregazione.

A rendere più difficile l'inizio del suo generalato intervenne un episodio che ebbe notevoli conseguenze. Numerosi soldati disertori arrecarono molte insolenze non solo al santuario, ma anche al suo ospizio di Loreto. I monaci sopportarono in silenzio quelle violenze; senonché, quando quei disertori si videro inseguiti da «soldati di squadra» - come ci informa un documento ufficiale (B 198, f. 9) -, pensando che questo si eseguisse ad istanza dei verginiani, minacciarono crudeli rappresaglie alle persone dei monaci e ai loro beni, rendendo quanto mai pericolose le vie dei monasteri della provincia monastica di Puglia. Allora l'abate Letizia fu costretto a domandare per quella volta la dispensa dalla visita annuale di quella parte della congregazione.

Il primo e segnalatissimo merito che egli si procacciò fu il compimento di Loreto, spendendovi più di ogni altro abate generale. Nel suo triennio vi troviamo erogata, infatti, la vistosa somma di 10.293 ducati, un tarì e 15 grana.

Loreto venne terminato e rifinito in tutte le sue parti, la suppellettile comprata fu degna del palazzo che si era eretto, la farmacia e l'archivio, l'appartamento e il refettorio divennero oggetto di giusta ammirazione. Lo sfarzo delle decorazioni policrome diedero un tono caldo a tutto l'ambiente che divenne oltremodo accogliente.

L'abate Letizia non si accontentò di preparare un'artistica sala per l'archivio: la volle al tutto degna dell'importanza del materiale che avrebbe dovuto accogliere. L'ambiente fu curato in tutti i particolari: il pavimento di maioliche, gli armadi di noce, eseguiti dal verginiano fra Mariano Pagano da Castellammare e arricchiti con pregevoli intagli da artisti napoletani.

L'abate Letizia pensava, già fin da allora, a trasferire a Loreto tutto l'archivio di Montevergine, che, dopo il terremoto del 29 novembre 1732, era stato estratto dalle macerie e riportato al santuario nel suo antico locale.

Frattanto pensò al suo ordinamento, incaricandone il padre Carlo Cangiano. A questo scopo fece inviare nel monastero di S. Giovanni di Arienzo (ora in comune di San Felice a Cancello), dove allora era di residenza quel padre, tutto il materiale archivistico, che si aveva a disposizione a Montevergine.

Ci volle davvero tutta l'energia dell'abate Letizia per attuare in quel modo il progetto; e il Cangiano stesso ce lo fa comprendere agevolmente con queste sue espressive parole: «Onde, vinti i duri ostacoli, si determinò alla fine inviare le scritture al monastero di Arienzo».

In soli sette mesi, fu eseguito il lavoro di ordinamento con la opportuna regestazione, secondo i criteri che l'esperienza archivistica potevano suggerire in quel momento.

Possiamo ben comprendere la soddisfazione del buon padre quando mise la parola fine ai suoi quattro poderosi volumi manoscritti dell'Indice-Repertorio.

L'abate Letizia volle immortalare il ricordo delle sue benerenze per l'archivio, facendo incidere in Napoli una elegante lapide, che però venne fisata nell'archivio solo cinque o sei anni più tardi, come troviamo espressamente indicato nel registro degli introiti ed esiti del 1755-56 (B 171, f. 159v).

L'antica infermeria di Loreto era stata, in tal modo, abbandonata al suo destino e ora vi si sostituiva il palazzo abbaziale di Loreto, che si presentava decoroso nello splendore della struttura settecentesca, anche se rimaneva ancora qualche parte, come la cappella, da abbellire ulteriormente. Anche per questi altri lavori, Loreto dovrà attendere che l'abate Letizia ritorni al governo della congregazione e renda sempre più bella questa che possiamo chiamare la pupilla dei suoi occhi.

Ma anche al santuario l'abate Letizia lasciò il segno della sua attenzione premurosa. Dopo soli 37 anni da quando, nel 1712, era stata fusa e inaugurata la campana grande, ora si trovava di nuovo rotta e inservibile. L'incarico di rifonderla fu dato ai fratelli Antonio e Salvatore Ripandelli, originari di Candela, ma residenti in Sant'Angelo dei Lombardi.

Essa venne rifatta nelle stesse dimensioni di prima e per il prezzo di soli 50 ducati, oltre il vitto e l'alloggio gratuito ai fonditori per tutta la durata del lavoro. Era, naturalmente, a carico del monastero tutto l'occorrente come legna, carbone, creta, cera, uova, ferro, mattoni ecc. e mezzo cantaro di metallo, oltre quello della campana rotta.

La nuova campana fu benedetta e dedicata a Maria Santissima.

Nello stesso tempo vennero fuse anche altre due campane piccole (B 123).

Se ora dai lavori eseguiti passiamo al governo delle famiglie monastiche e degli individui della congregazione, non sono molte le considerazioni che ci si presentano. L'abate Letizia ottenne dalla S. Sede, il 22 luglio 1749, di poter distribuire, insieme col definitorio, i novizi nelle singole province monastiche, non già secondo il luogo di nascita degli stessi novizi, ma secondo i bisogni di ciascuna provincia.

Era questa una innovazione, che in seguito poteva dare occasione a non pochi inconvenienti e scontenti. Per il momento su tale rescritto non fu chiesto il regio Exequatur, perché non riguardava materia che nella prassi di quel tempo lo richiedesse. Quando poi venne promulgata la disposizione generale che assolutamente tutti i documenti della S. Sede, per essere attuati nel Regno, avevano bisogno del regio Exequatur, dapprima non si pensò a questo rescritto pontificio. In seguito, i superiori maggiori, accortisi dell'omissione, corsero ai ripari e ottennero quell'Exequatur l'8 aprile 1771. Ci fu anzi bisogno anche di una sanatoria regia, che fu concessa il 26 ottobre dello stesso anno (B 174: 22 luglio 1749; 9 luglio 1771).

Nello stesso tempo si ebbe anche un'altra sanatoria per la convalidazione degli atti del procuratore generale. Quando questa fu concessa, si disse espressamente che non passasse in esempio (B 217: a. 1771).

Durante il triennio dell'abate Letizia, si ebbe il giubileo del 1750, e risultò un'imponente dimostrazione di fede cattolica, ancora molto viva nel popolo. Come avevano fatto i papi precedenti, anche Benedetto XIV, il 12 gennaio 1750, emanò un paterno richiamo agli apostati, perché ritornassero ai propri istituti: sarebbero state loro condonate le pene, appunto in grazia del giubileo dell'Anno Santo (B 215).

Il governo dell'abate Letizia soddisfece in pieno i verginiani, ed essi lo riporteranno sul seggio generalizio. Per ora, terminato il triennio di governo, egli si ritira nell'abbazia di Nocera.

NICOLA M. LETIZIA

rieletto (27 aprile 1760 - 24 aprile 1763)

La disunione, verificatasi nel capitolo generale precedente, rimase un episodio chiuso. Infatti, il capitolo del 27 aprile 1760 diede subito, al primo scrutinio, l'unanimità dei voti all'abate Letizia, che, così, dopo nove anni, riprendeva il regime della congregazione.

Questa volta, eccezionalmente, non si era proceduto all'elezione del priore vocale per il 6° voto della provincia beneventana, perché i due priori di quella provincia non erano potuti intervenire al capitolo: Diomede Gizzi, perché ammalato di podagra, e Pietro Paolo Boursaler in quanto, in quel momento, era sotto processo. Dato questo stato di cose, i cinque abati della provincia, solo per questa volta, rinunziarono al 6° voto.

L'abate Letizia venne ben preparato al capitolo.

Prima di tutto annunziò ai capitolari un decreto della S. Congr. dei Riti, in data 29 marzo 1760, col quale, in tutti i monasteri verginiani, all'infuori di S. Onofrio di Massa, veniva fissata al 13 agosto la festa di S. Donato da Ripacandida. In S. Onofrio, dove si poteva festeggiare con rito di II classe, la festa era assegnata per il 17 agosto, giorno della morte del Santo. Propose poi che si desse un sussidio per la pubblicazione di un'opera di teologia e di diritto canonico, composta dal padre Matteo Iacuzio, allo stesso modo come fu dato un iniziale sussidio dagli abati Carideo e De Nicolais, quando si trattò di dar principio alla stessa opera. L'abate generale sottolineò l'importanza di quell'opera teologica, in quanto ridondava in vantaggio degli studenti verginiani e in decoro della congregazione. La cooperazione dei singoli monasteri avrebbe permesso di stampare con tutta sollecitudine quel lavoro.

I padri non rimasero insensibili all'esortazione, e tutti promisero un sussidio proporzionato alle risorse dei singoli monasteri (RC VI, 3v).

Ancora più importante fu un'altra proposta, che l'abate Letizia aveva dovuto maturare fin dal 1750: la costituzione a Loreto dell'archivio generale della congregazione.

Abbiamo già riconosciuto all'abate Letizia il merito di aver preso sommamente a cuore il compimento del palazzo abbaziale di Loreto, dove una bella e grossa lapide rende tuttora eloquente testimonianza delle cure da lui prodigate per quell'opera. Ivi egli aveva costituito un bell'ambiente, perché servisse appositamente per archivio.

Nel presentare all'eletta assemblea il nuovo progetto, l'abate Letizia esordiva col dire che il vantaggio di ogni monastero consiste e dipende dalla fedele e sicura conservazione delle scritture e degli altri documenti autentici, appartenenti al medesimo. Per tal motivo, sia dai sommi pontefici come dalle costituzioni verginiane veniva prescritta l'erezione degli archivi particolari delle singole case e la formazione delle indispensabili Platee.

Una tale prescrizione all'inizio si era osservata scrupolosamente da tutti, come ne facevano fede le Platee e gli inventari che si trovavano nei singoli monasteri, con l'annotazione di tutte le scritture e dei pubblici strumenti che si riferivano ad essi.

Purtroppo, l'esperienza presente faceva constatare amaramente che in alcuni monasteri mancavano i principali strumenti, indispensabili per dimostrare i legittimi titoli di acquisto di molti beni.

Ora, ad evitare in futuro un tale gravissimo danno, proponeva all'approvazione del capitolo che, in avvenire, per ogni contratto di vendita, permuta, enfiteusi, donazione, compra e simili, che venisse stipulato dai singoli monasteri, si dovessero estrarre due copie autentiche dello strumento originale, delle quali una dovesse conservarsi nell'archivio del proprio monastero insieme con l'originale, e l'altra inviare all'archivio generale di Loreto.

La ragione di questa disposizione era evidente: capitando per disavventura la perdita sia dell'originale che della copia autentica, che si conservavano nei singoli priorati e abbazie, come era avvenuto tante volte, in tal caso sarebbe almeno rimasta a far piena fede la copia autentica dell'archivio di Loreto.

La proposta, così ben motivata e di una utilità così evidente, non poteva non incontrare la piena approvazione dei capitolari, i quali all'unanimità manifestarono il loro beneplacito. Affinché poi questa loro volontà fosse risultata più efficace, stabilirono che contro i trasgressori si fosse proceduto con pene, lasciate ad arbitrio del definitorio.

Una sola restrizione credettero opportuna: il decreto doveva intendersi solamente per i contratti di vendita, compre, censi, enfiteusi e donazioni (RC VI, 3v-4).

L'erezione dell'archivio di Loreto in archivio generale della congregazione, come suonava il deliberato capitolare, riguardava soltanto l'avvenire. Ma l'abate Letizia mirava a veder subito riempita la bella sala nella sua nuova ed elegante residenza; per- ciò accarezzò l'idea di trasportarvi tutto intero l'archivio di Montevergine, tanto più che già esso era stato trasportato per una trentina di anni nella vecchia infermeria e solo il terremoto del 29 novembre 1732 aveva costretto l'abate generale del tempo a riportarlo al santuario. Senonché ora severe disposizioni pontificie colpivano di scomunica chi avesse osato rimuovere quelle carte da quel luogo.

La difficoltà era grave, ma l'abate generale seppe superarla agevolmente. In un esposto presentato al sommo pontefice, innanzi tutto faceva notare l'importanza dei documenti che si conservavano in questo archivio, ricordando i moltissimi privilegi concessi all'abbazia e alla congregazione verginiana dai predecessori sommi pontefici, da principi e regnanti, come pure le innumerevoli scritture e documenti riguardanti non solo Montevergine e le sue case dipendenti, ma anche i sudditi per ragione della giurisdizione spirituale e temporale dell'abate generale. Quindi osservava che, nonostante ogni cura da parte dei suoi predecessori e da parte sua per la diligente custodia, conservazione e manutenzione dei documenti, pure, data l'antichità dei documenti medesimi e l'inclemenza del clima dell'alta montagna, in cui si trovava il monastero, coperto per lunghi mesi di uno spesso strato di neve, si correva il fondato rischio della perdita di quelle scritture.

Perciò si domandava la facoltà di poter rimuovere l'archivio da Montevergine e trasferirlo definitivamente nel palazzo abbaziale di Loreto, costituito ormai residenza abituale degli abati generali, come ordinari e signori temporali, e sede della loro curia abbaziale.

Il papa Clemente XIII riconobbe valide le ragioni apportate e con un breve del 3 luglio 1761 concesse l'autorizzazione apostolica per il trasporto a Loreto, derogando espressamente alla pena di scomunica che incombeva su coloro che avessero rimosso scritture e documenti dell'archivio di Montevergine dalla sua sede al santuario; rimaneva però ferma la proibizione di estrarre libri, scritture e documenti dalla nuova sede.

Con lo stesso breve apostolico Clemente XIII dava facoltà all'attuale abate generale, e ai suoi successori, di scegliere un monaco della congregazione, idoneo all'ufficio, e nominarlo archivista, perché potesse trascrivere le scritture e i documenti ed estrarre copia sia per la comodità e l'uso della congregazione sia per le altre persone. In caso, poi, che quest'archivista dovesse assentarsi dal monastero, poteva essere sostituito con un altro monaco. Inoltre stabiliva che a qualunque scrittura, estratta dall'archivio di Loreto di Montevergine e sottoscritta dall'archivista e contrassegnata col sigillo della congregazione, si dovesse prestare, in giudizio e fuori, al tutto la stessa fede come se si trattasse di scritture sottoscritte da un pubblico e approvato notaio, perché col presente breve l'archivista del monastero, durante il suo ufficio, veniva deputato in notaio apostolico (Reg. 6288).

Fu così che nell'estate del 1761, sotto il secondo generalato dell'abate Letizia, si ebbe l'auspicato trasporto dell'archivio da Montevergine a Loreto.

Ma, se la prima parte del breve pontificio poteva avere immediata esecuzione, non così la seconda, in cui si determinava la personalità giuridica dell'archivista di Montevergine e si elevava quest'ufficiale al livello di notaio apostolico, e perciò si riconosceva alle scritture da lui sottoscritte il pieno valore a tutti gli effetti. Per valere presso le autorità civili, il breve pontificio aveva bisogno del regio Exequatur. A Napoli ci si trovava durante la minorità di Ferdinando IV e la reggenza del ministro Tanucci. Dapprima non si riuscì ad ottenere il regio Exequatur, e perciò nel Registro dei Capitoli, dove fu riportato integralmente il breve, si dovette annotare: «Di questo breve se ne può far uso per le scritture da mandarsi in Roma solamente, e non per quelle di Regno» (VI, 12).

Si fu costretti a rifare la stesura del breve, usando espressioni gradite ai regalisti, ma lasciando inalterata la sostanza e la data del breve. Allora si ottenne finalmente il laborioso regio Exequatur, spedito il giorno 11 dicembre 1762, e l'archivista di Montevergine poté usare liberamente di tutte le sue attribuzioni.

La difficoltà di ottenere il regio Exequatur al breve pontificio del 3 luglio 1761 ci fa comprendere chiaramente come le cose del regno di Napoli si trovassero allora in una fase di accentuato allargamento dei poteri dello stato negli affari puramente religiosi. I giuristi venduti alla causa regia o accecati dai bagliori dell'illuminismo d'Oltralpe dapprima cominciarono a richiedere che i benefici ecclesiastici si conferissero solo ai nazionali, si restringesse il diritto di asilo e si eliminassero altri privilegi, di cui avevano goduto sino allora gli ecclesiastici, particolarmente il privilegio del foro; si volle ancora che si modificassero le enfiteusi di beni ecclesiastici a tutto vantaggio dei coltivatori diretti.

Lo storico e giurista Pietro Giannone si era spinto ancora più avanti, chiedendo, fra l'altro, l'abolizione dell'inquisizione, la dichiarazione di invalidità delle scomuniche non riconosciute dall'autorità regia, la riserva da parte della stessa autorità civile della censura sui libri, una più stretta applicazione dell'Exequatur regio e, finalmente, l'estensione delle imposte a tutti i beni del clero, fatto inoltre divieto a questo di acquistarne altri.

Permesso il trasporto dell'archivio dal santuario a Loreto, rimaneva ancora sulla montagna la biblioteca per la quale vigevano le norme e le sanzioni stabilite e corroborate dal breve di Clemente XII del 5 giugno 1732 (Reg. 6208), per cui nessuno poteva estrarre dalla biblioteca libri, opuscoli o manoscritti, sotto pena di scomunica latae sententiae, riservata al sommo pontefice.

Questa eccessiva severità si mostrò a scapito degli studi, e perciò l'abate Letizia ottenne dalla S. Sede la facoltà che almeno i lettori o professori potessero portare nelle loro celle con le debite precauzioni quanto fosse stato indispensabile per il loro insegnamento.

Egli esponeva al papa che la biblioteca di Montevergine si trovava «nel sito più orrido ed umido del monastero», che gli studiosi non potevano trattenersi in essa tutto quel tempo che avrebbero desiderato per trarne profitto per i loro studi: perciò si domandava e otteneva che almeno i professori di teologia e di filosofia avessero potuto godere della facoltà di portare fuori della biblioteca, nelle loro rispettive camere, i libri che occorrevano. La facoltà venne concessa il 13 luglio 1761, ma salva la condizione che i libri fossero consegnati ai professori dal bibliotecario e poi a lui personalmente restituiti, e che in nessun modo e per nessun motivo fossero portati fuori del monastero (B 261. RC VI, 10v).

L'abate Letizia ci teneva moltissimo allo splendore e decoro esterno e voleva assomigliare in tutto e per tutto a un grande prelato del tempo sia nella residenza. sia negli abiti esterni sia ancora nei titoli e nei privilegi. In misura maggiore o minore dovevano partecipare di questo decoro tutti gli altri abati verginiani. Ecco perché, il 23 novembre 1761, credette opportuno di inviare a tutta la congregazione una circolare sui titoli onorifici dovuti agli abati generali.

Dopo aver premesso che due cose gli erano state sempre a cuore nel governo della congregazione - la quiete interna nei monasteri, perché ognuno, vivendo nella dovuta subordinazione e concordia avesse potuto vivere tranquillamente e operare così la salute della sua anima con l'adempimento dei suoi doveri; e l'esterno decoro dell'abito, per cui ognuno potesse godere di quel buon nome e stima pubblica, che gli rendesse più accetta la sorte della sua vocazione - viene a parlare del titolo di Monsignore, che spetta all'abate generale, come pure di quello di Illustrissimo, il che gli era stato anche confermato a voce dal regnante sommo pontefice Clemente XIII.

Ma l'abate Letizia pensava anche al tempo, dopo che il generale avesse lodevolmente terminato il suo regime generalizio. Ora i privilegi, che fino allora si attribuivano a questi ex abati generali, erano pochi; perciò egli rivolse supplica al papa, perché costoro avessero qualche segno onorifico, che li distinguesse dagli altri abati.

Il papa, sempre benevolo verso la congregazione verginiana, stabilì che essi potessero far uso della «pretina», e cioè abito prelatizio con cappello e fiocco verde, croce pettorale dovunque, come i vescovi, rocchetto e titolo onorifico di «Monsignore». Inoltre, nelle pubbliche chiese della congregazione, potevano far uso della cappamagna come l'usa l'abate generale in carica, senza alcuna differenza.

Il breve veniva datato il 12 marzo 1763.

Ma già l'anno precedente, il 23 aprile 1762, l'abate Letizia aveva ottenuto un altro importantissimo breve pontificio, di cui dovremo occuparci più in particolare in seguito. Il papa, accogliendo una premurosa istanza, presentatagli dal procuratore generale della congregazione, Matteo Iacuzio, innanzi tutto avocava a sé la lite della congregazione col vescovo di Capaccio, imponendo ad essa perpetuo silenzio; quindi confermava e approvava una decisione della S. Congr. del Concilio, emessa il 30 gennaio di quell'anno; più ancora, confermava e approvava tutti i privilegi e grazie, sia in genere sia in specie, concessi al monastero principale Montevergine o all'abate generale o alla congregazione verginiana sulla giurisdizione quasi episcopale nelle terre di Mercogliano, Ospedaletto, Valle, Torelli, S. Guglielmo del Goleto, San Giovanni dell'Acquara, San Martino, Terranova, San Giacomo di Festolari, Massa e altri casali; riconosceva e dichiarava che erano del tutto separati dalle diocesi limitrofe; e, qualora ve ne fosse bisogno, di nuovo concedeva, estendeva ed ampliava tali privilegi, grazie ed esenzioni, la giurisdizione quasi episcopale, il territorio separato in quelle terre e luoghi e le altre facoltà concesse anche per comunicazione dei privilegi dei cassinesi, cistercensi, camaldolesi e mendicanti. Espressamente insisteva nella dichiarazione che la giurisdizione dell'abate generale di Montevergine era quasi episcopale, il territorio al tutto separato e la esenzione attiva e passiva.

In conseguenza di ciò estingueva qualunque lite mossa o da muoversi contro questi territori separati, ed esimeva anche le grancie dipendenti da Montevergine da qualunque visita degli ordinari dei luoghi.

Di questo breve pontificio fu poi redatta una seconda edizione che specificava meglio qualche punto, e datata il 30 aprile 1762.

Senonché, sia il breve del 3 luglio 1761 sulle onorificenze agli ex abati generali sia quello del 23-30 aprile 1762 sull'estinzione delle liti furono attaccati di falsità dal verginiano Carlo Cangiano.

Le cose andarono in questo modo.

Per quel che si riferisce al breve per gli ex generali, per evitare qualunque accrescimento di quelle insegne in futuro, nel margine della minuta del breve furono espresse ed indicate quelle insegne. Quest'aggiunta fu eseguita dall'abate Giovanni Fiori. Avvedutamente il procuratore generale Iacuzio gli aveva chiesto se egli poteva fare quell'aggiunta, al che il Fiori rispose «che di quel breve ne dava egli conto ». Inoltre, della stessa minuta del breve fu eseguita copia autentica dal Fiori e dal procuratore Iacuzio e consegnata a Mons. Reali, primo maestro delle cerimonie pontificie, il quale distese un’autentica testimoniale, stampata, insieme col breve e col regio Exequatur, nella stamperia Camerale di Roma (Cf. RC VI, 19v.).

Ad essere oggettivi, un appiglio per rifiutare l'autenticità del breve venne dato da quell'infelice aggiunta marginale. Questo però non autorizzava a rigettare senz'altro il documento pontificio.

Riguardo al secondo breve, quello del 23-30 aprile 1762, fu il cardinale Nicola Antonelli che, per mettere una pietra sepolcrale alle liti e inquietudini della congregazione verginiana e per darle una stabile desiderata pace e quiete, incaricò lo stesso procuratore generale Iacuzio di preparare un apposito breve, che poi, debitamente approvato dal papa e sottoscritto dallo stesso cardinale Antonelli, uscì con la data del 23 aprile 1762 (Laudabile Romanorum pontificum). Così concepito ed espresso il breve fu munito del regio Exequatur il 12 maggio 1762 (RC VI, 15 sg.).

Siccome però il breve presentava qualche espressione un po' generica, ad alcuni sembrò non troppo efficace, se non si specificavano le liti pendenti in quel momento; e allora il procuratore Iacuzio si portò di nuovo dal cardinale Antonelli con una supplica per un breve dichiaratorio; ma l'Antonelli gli disse che non ce n'era bisogno, perché il papa aveva soppresse tutte le liti giurisdizionali della congregazione verginiana, che del resto si trovavano enunciate nei documenti autentici fedelmente esibiti in segreteria.

Sta il fatto che del breve pontificio venne redatta una seconda forma (B 215), in data 30 aprile 1762, e questa è la redazione ed edizione di Napoli di questo breve pontificio. Qui si enunziano con ordine e specificatamente quelle stesse liti, che solo in genere erano state enunziate nell'edizione di Roma. Quindi, le due redazioni convengono quanto alla sostanza, differiscono quanto all'espressione ed esplicitazione. Se ne ottenne il regio Exequatur il 22 ottobre 1762.

Questa è la verità, espressa con strettissimo giuramento dal procuratore generale Iacuzio davanti al cardinale Torrigiani, protettore della congregazione. Eppure, in seguito, si stimò meglio di rimettere i due brevi incriminati nelle mani del cardinale proteitore, pur rimanendo nel loro valore nel regno di Napoli, dato il regio Exequatur.

Bisogna veramente riconoscere che Clemente XIII fu di una massima larghezza verso Montevergine. In forza del concordato, stipulato nel 1741 tra la S. Sede e Carlo VII, re delle Due Sicilie, fra gli altri capitoli, v'era pure che le cause riguardanti l'immunità locale dovevano essere trattate dai vescovi diocesani, con espressa esclusione dei prelati inferiori, di qualunque specie, quantunque avessero proprio e separato territorio e giurisdizione quasi episcopale. Ora, l'abate Letizia faceva umilmente notare al papa che la congregazione verginiana, che godeva moltissimi privilegi, concessi dai sommi pontefici, ne avrebbe avuto detrimento per la giurisdizione quasi episcopale che esercitava sulle sue terre, se in quelle cause avesse dovuto ricorrere ai vescovi vicini. Il papa, il 18 marzo 1763, riconobbe buone le ragioni apportate e, in considerazione del celeberrimo santuario, acconsentì alla supplica, facendo un'eccezione al concordato.

L'abate Letizia non trascurò il culto divino. Ce ne rendono testimonianza la premura che egli dimostrò nel far estendere a tutta l'ottava di S. Guglielmo l'indulgenza concessa per il giorno della festa, il che egli ottenne il 25 maggio 1762 (B 393 e RC VI, 18).

Si trattò, invece, di un caso particolare quello concesso il 5 ottobre 1762, di poter impartire a tutti i fedeli, nel giorno della Pasqua, l'indulgenza plenaria, e questo come applicazione di una concessione, emanata con la bolla del 3 settembre 1762 (Reg. 6297). Ed anche per questa concessione, strettamente spirituale, ci fu bisogno del regio Exequatur, che venne il 9 dicembre 1762.

L'anno seguente, 25 marzo 1763, venne reso privilegio abituale degli abati generali il poter concedere a Pasqua ai fedeli la benedizione papale con l'indulgenza plenaria (B 215).

Né possiamo passare qui sotto silenzio un rescritto della S. Penitenzieria apostolica, in data 18 giugno 1762 (Reg. 6295). Rifacendosi a un breve di Clemente XII, del 7 maggio 1737, sulla istituzione di due penitenzieri maggiori a Montevergine, data l'affluenza dei pellegrini nelle feste di Pentecoste e della Natività della Madonna, con le loro ottave, dimostratisi insufficienti in quelle circostanze i due soli penitenzieri apostolici, per quelle feste si otteneva la facoltà di potersene istituire altri due con ampie facoltà, che si specificavano nel documento.

Questo rescritto della S. Sede venne completato da un secondo rescritto, del 1° giugno 1763, col quale si concedevano a tutti e quattro i penitenzieri apostolici di Montevergine le stesse facoltà dei penitenzieri della S. Casa di Loreto, ma solo in foro interno.

L'abate generale Letizia doveva necessariamente aver cura di tutto, dato il suo ufficio sull'intera congregazione. Egli, perciò, il 2 maggio 1762, credette opportuno inviare ai priori della congregazione una circolare, ricordando loro l'obbligo che avevano di trasmettere alla casa del deposito generale di Loreto l'avanzo del bilancio dell'anno amministrativo trascorso (RC V, 15). Venne allora opportunamente iniziato un nuovo registro, detto Libro delle casse comuni dei dieci priorati della congregazione, nel quale vengono annotati gli introiti di quel che ogni priorato deve annualmente trasmettere a Loreto, da depositarsi in quella cassa (B 80).

Qualche volta si doveva ricorrere alla S. Sede per delle inosservanze delle costituzioni, che capitavano anche a coloro che avrebbero dovuto maggiormente stare attenti al loro adempimento. Uno di questi casi si presentò nel capitolo generale del 1760 quando fu rieletto definitore visitatore Alberico Mellusi contro l'espressa disposizione delle costituzioni vigenti. Si dovette allora ottenere dalla S. Sede l'opportuna sanatoria.

Molto vigile si mostrò l'abate Letizia nella cura degli edifici. A Montevergine, egli stesso ci parla di moltissime e gravissime spese dovute sostenere per la rifazione delle campane, per la riparazione della foresteria («palazzo») e del monastero, che minacciavano rovina (RC VI, 15).

Per quel che si riferisce alle campane, però, le spese erano di lunga data, perché si riferivano al 1749. Più importanti furono i lavori della foresteria e del cenobio di Montevergine. L'espressione che questi edifici «minacciavano rovina» non è esagerata, perché noi troviamo che l'11 luglio dell'anno precedente, 1761, nel domandarsi da parte di Montevergine l'assenso apostolico per poter prendere a mutuo la notevole somma di 3500 ducati, si diceva espressamente che tale somma era necessaria per poter eseguire molti restauri in fabbrica al monastero, che minacciava rovina in più luoghi.

Riguardo a Loreto, in questo triennio è notevole il fatto che l'abate Letizia cominciò il prolungamento del palazzo abbaziale in quella parte che in seguito verrà denominata ala degli Studenti, dove egli iniziò, nel 1762, la fabbrica dell'infermeria, ma che non poté portare a termine in questo suo secondo generalato.

Lo stesso abbellimento della cappella di Loreto si deve inizialmente all'abate Letizia, anche se poi fu portato a termine dai suoi successori. Infatti, il 23 marzo 1763, un mese prima che terminasse il suo secondo generalato, egli fece stipulare un contratto col marmoraro Antonio Di Lucca, di Napoli, per la costruzione di un magnifico altare di marmi policromi, su disegno dell'ing. Giuseppe Lellio.

Per questi e altri lavori fatti eseguire in Loreto, l'abate generale ottenne dalla S. Sede, il 26 settembre 1760, un rescritto per poter applicare, a vantaggio del suo palazzo abbaziale, gli spogli dei religiosi defunti.

Date queste gravi spese, che si dovettero erogare per Montevergine e per Loreto, quando si trattò di coprire gli esiti per le liti sostenute nel difendere i privilegi della congregazione nella causa del catasto, nel sedare le ultime turbolenze insorte nella congregazione e per altri indispensabili negozi, si credette necessario imporre ai monasteri della congregazione una tassa di 3000 ducati (RC VI, 15). Dopo un triennio così denso di attività e di felici risultati, l'abate Letizia fece un cauto tentativo per ottenere legittimamente la rielezione immediata nel generalato. Il 21 aprile 1763, tre giorni prima del capitolo generale, raccolse gli abati e i priori della congregazione e propose loro se era espediente che l'abate generale, a cominciare dall'imminente capitolo, fosse eletto, non più secondo il turno delle province, ma da tutto il corpo degli abati.

Su questo egli si era già munito, molto per tempo, di un rescritto del papa Clemente XIII, in data 20 giugno 1761, e sul quale aveva anche ottenuto il regio Exequatur il 17 febbraio 1763 (B 187: a. 1761-63). Inoltre aveva avuto cura di far estrarre dall'archivista Bernardino Izzi un brano comune, esistente nelle bolle di Celestino III, Innocenzo III, Alessandro IV e Urbano IV in cui si dava la massima libertà ai membri della comunità verginiana nello scegliersi il loro abate in caso di vacanza abbaziale.

Il papa Clemente XIII nel suo rescritto non aveva voluto cambiare Motu proprio questo punto delle costituzioni verginiane, ma ne aveva lasciato la decisione alla volontà del capitolo generale. Ora i padri credettero bene di rimandare la soluzione ad altro tempo, e frattanto si continuasse il turno delle province (RC VI, 20).

L'abate Letizia dovette far buon viso nell'ingoiare l'amaro boccone, e così rassegnarsi ad attendere altri nove anni, se voleva riprendere il governo della congregazione.

Del resto, al momento che lasciava il generalato contava 62 anni e mezzo, e l'attesa sarà da lui impiegata proficuamente nel governo dell'abbazia di Nocera.

I verginiani erano riconoscenti verso l'abate generale per l'opera svolta, ma non volevano tagliar la via agli altri abati che aspiravano alla stessa carica.

La questione non sarà più proposta in questo secolo XVIII. Continueranno perciò gli abati triennali secondo il turno delle quattro province monastiche sino alla data fatidica del 13 febbraio 1807, quando si avrà la prima soppressione della congregazione verginiana.

NICOLA M. LETIZIA

rieletto (10 maggio 1772 - 10 giugno 1774)

Per la terza volta la provincia napoletana presentava, il 10 maggio 1772, come suo candidato al generalato l'abate Letizia, ormai di 72 anni. I padri capitolari non ebbero nulla in contrario e all'unanimità gli diedero i loro voti.

Pur essendo ormai vecchio, il nuovo abate generale volge ancora l'occhio suo particolare al palazzo abbaziale di Loreto, dove precedentemente aveva impiegato per sei anni la sua attività per completarlo e abbellirlo. Il palazzo aveva sostituito l'antica infermeria, ma non ne aveva ereditato l'ufficio, perché l'edificio, che ne era venuto fuori, era uno sfarzoso palazzo settecentesco, residenza abituale degli abati generali e dei loro definitori col personale della curia e gli addetti ai servizi degli abati o al disbrigo degli affari della congregazione.

Quando i lavori furono terminati, ci si accorse della grave deficienza, che cioè il nuovo fabbricato, nonostante la sua ampiezza, non aveva una infermeria. Si cercò allora di correre ai ripari con un progetto ultraeconomico nell'impostazione della fabbrica: si prolungò un lato di Loreto in direzione dell'orto interno, senza tener alcun conto dello stile impresso così fortemente al palazzo dai valenti architetti precedenti.

I nuovi lavori per la costruzione dell'infermeria cominciarono durante il secondo generalato dell'abate Letizia, nel 1762. Si preparò il terreno e cominciarono a scavarsi le fondamenta, senza poter procedere oltre, perché, appena scaduto quel triennio di governo dell'abate Letizia, anche questi lavori furono sospesi.

Per la loro ripresa, si dovette attendere un decennio, quando l'abate Letizia ritornò al governo di tutta la congregazione. Appena tutto fu pronto, il 14 giugno 1773, si procedette alla posa solenne della prima pietra.

L'anno seguente la fabbrica era terminata, come ce lo assicura una iscrizione, che era stata preparata per una lapide che doveva fissarne il ricordo. Volta in italiano, suona: «Nicola Letizia, abate generale per la seconda volta, nell'anno di nostra salvezza 1762, iniziò (questa) infermeria per accogliere e curare i monaci ammalati, specialmente del sacro reale cenobio posto sulla vetta del monte; ma l'edificio, interrotto per alcuni anni dai suoi successori, occupati in altri affari, venne ripreso di nuovo dallo stesso abate, quando fu preposto per la terza volta a tutta la congregazione, e lo portò completamente a termine nell'anno 1774 dell'era cristiana» (cf. RC VI, 74v).

Ma l'abate Letizia se ne moriva il 10 giugno di quello stesso anno 1774, senza aver potuto terminare il terzo generalato, e allora anche l'edificio da lui voluto ebbe altra destinazione. L'iscrizione preparata si rese inutile e non fu più eseguita in marmo. In quei locali s'impiantò in seguito il seminario diocesano; l'ala del fabbricato si è poi ulteriormente sviluppata, ma il palazzo è rimasto finora privo dell'infermeria.

Intanto la tenaglia sugli ecclesiastici si restringeva sempre più. Per poter fare la processione, il giorno di S. Guglielmo, al santuario, al pomeriggio anziché al mattino, si dovette presentare supplica al re, giustificandola col ragionevole motivo che i padri, nelle ore antimeridiane, erano troppo impegnati nel ministero delle confessioni.

Esempi del genere se ne potrebbero recare in abbondanza.

Ci limitiamo a riferire solo il caso riguardante Gaetano Valeriano, in religione fra Guglielmo da Napoli. Costui, espulso dalla congregazione, ricorse al re, e l'abate generale dovette giustificare le misure prese con lunga e accurata documentazione il 10 luglio 1773 (B 221). Per casi simili si dovevano tenere sempre le carte in regola, altrimenti un intervento imprevisto del re poteva creare non piccoli fastidi.

Fra Celestino da Napoli ricorse al re per ottenere le opportune difese giuridiche. Egli, per vantaggio dei pellegrini che si recavano al santuario, aveva eretto una cappella presso Ospedaletto, nel luogo detto lo Scalzaturo, da cui prese nome la stessa edicola. Senonché alcuni abitanti di Mercogliano l'avevano distrutta. Ora, stando in procinto di riedificarla, non volle esporsi al pericolo della prima volta e perciò si premunì di un apposito dispaccio regio, nel quale si comminavano delle severe pene contro coloro che avessero osato disturbare quell'opera di bene.

L'abate Letizia non doveva vedere la fine del suo terzo generalato. Come abbiamo riferito, egli se ne moriva in Loreto il 10 giugno 1774, a 73 anni e sette mesi, dopo nove giorni di doloroso rincrudimento della podagra, di cui già soffriva da tempo e che aveva dato luogo a varie gravi complicazioni (cf. B 210 [1774], ff. 140, 147).

Esalato l'ultimo respiro, fu vestito con mozzetta e mantelletta e trasportato nella cappella monastica, dove, dopo vespro, venne il clero di Mercogliano per il trasporto alla chiesa di S. Pietro. Qui la mattina seguente furono celebrati i funerali con pompa solenne, e poi il feretro fu trasportato a Montevergine (RC VI, 77 sg .; B 264). Soprattutto nei suoi due precedenti trienni di governo, l'abate Letizia lasciò un incancellabile ricordo del suo generalato per i lavori in Loreto e per la sistemazione dell'archivio, che da allora riprese nuova vita ad utilità degli studiosi e a decoro dell'abbazia.

A tenore delle nuove costituzioni (I, n. 4), il generalato rimaneva vacante sino al prossimo capitolo generale, da tenersi, secondo il solito, alla terza domenica dopo Pasqua, e frattanto assumeva il regime amministrativo l'abate decano col titolo di vicario generale della congregazione. I suoi poteri erano quanto mai ristretti: non poteva creare abati e priori né conferire gli ordini minori ai chierici né dare la prima tonsura né procedere alla vestizione clericale, come pure non poteva rilasciare le lettere dimissoriali per gli ordini sacri. Inoltre non doveva immischiarsi in nessun affare senza il voto e il consenso di almeno uno dei due definitori. In una parola, non poteva presumere di usurpare il potere dell'abate generale. Di conseguenza non poteva assumere un abito diverso da quello che competeva al decano di Montevergine. Però, qualora non fosse stata completata la sacra visita ai monasteri, poteva eseguirla o personalmente insieme con un definitore oppure affidarla agli stessi due definitori visitatori (I, 5).

Il primo affare importante che si presentò al vicario della congregazione, che in quel momento era l'abate Domenico Schipani, fu quello di ricevere i novizi in tempo di sede vacante.

A supplire il voto del defunto abate generale, la S. Sede, con rescritto del 22 giugno 1774, concesse di poter chiamare l'abate più vicino. Questo caso non era contemplato espressamente nelle costituzioni, che avevano considerato solo la possibilità che in quel tempo potesse essere vacante qualche abbazia o priorato, e allora l'abate decano coi definitori avrebbe scelto e deputato il vicario o altro monaco, sino alla nuova elezione del superiore locale, per sostenere il regime di quel monastero (I, 6).

Fu una vera pretesa quella del procuratore generale Gaetano Moscati, il quale sporse ricorso al re, in quanto voleva che negli affari importanti, che si trattavano in quel periodo di sede vacante, si dovesse domandare il parere degli ex abati generali (e cioè Iacuzio, Pironti e Mellusi). Ma, contemporaneamente, un controricorso venne inoltrato al re da parte dell'abate di Candida, Onorio Caputo, nel quale giustamente si faceva osservare che la pretesa del Moscati era contraria alle costituzioni.

Naturalmente anche questa vertenza venne rimessa al cappellano maggiore, Matteo Gennaro Testa, arcivescovo titolare di Cartagine, il quale il 22 aprile 1775 dava la sua risposta molto assennata. Esaminati i due ricorsi egli poteva rispondere a nome del re: si lasciava libero l'abate decano di prender consiglio, negli affari importanti della congregazione; però né gli ex abati generali né altri abati si arrogassero diritto alcuno di intromettersi in tali affari, qualora ciò non fosse determinato dalle costituzioni verginiane.

L'arcivescovo approfittava dell'occasione per far noto all'abate decano che era volontà del re che, nel prossimo capitolo generale e negli atti preparatori al medesimo, tutto si compisse con ordine a tenore delle costituzioni (RC VI, 78v).

Dato questo fermento nella congregazione, che mostrava chiaramente lo scontento per le costituzioni in vigore, e dato il caso straordinario della sede vacante, non c'è da meravigliarsi che da Napoli si sia intervenuto nel capitolo generale, creando un altro pericoloso precedente all'invasione dei poteri regi nelle cose della congregazione.

Bisogna anche riconoscere che dovevano fare la peggiore impressione presso l'ambiente di corte le beghe che si andavano moltiplicando nella congregazione e che giungevano molto dettagliatamente al trono del re; un'impressione ancora più penosa doveva produrre nel cappellano maggiore l'offuscamento che si poteva osservare, presso membri molto rappresentativi della congregazione, di nozioni elementari e di punti fondamentali delle costituzioni con delle pretese che solo l'accecamento della passione poteva giustificare. Fortunatamente non mancavano menti equilibrate, come l'abate Caputo, e mettere le cose in chiaro e a far prevalere il diritto sull'arbitrio, la giustizia sulle più aberranti pretese.

Da questo stato di cose non c'era che da attendersi tutto.

Il sigillo dell'abate Nicola Letizia presenta forma ovale ed è circondato da un bordo perlinato sotto il quale corre l'iscrizione identificativa del titolare, che, nonostante la limitata leggibilità dell’impronta, si riconosce come: <<D. NICOLA M. LETI (…) M. V.>>.

Lo scudo, di foggia settecentesca, con volute laterali, è sormontato dal cappello prelatizio, o galero, dal quale pendono due cordoni, disposti ai lati dello scudo e terminanti ciascuno con sei nappe, segno della dignità episcopale dell’abate.

Lo scudo è timbrato ovvero è sormontato da una conchiglia, simbolo tradizionale legato storicamente al pellegrinaggio e ricorrente nell’araldica ecclesiastica. Nella chiesa la conchiglia è anche simbolo di rinascita spirituale perché è legata all'acqua e simboleggia la nuova vita che nasce nella grazia divina.

Nello specchio del sigillo compare uno scudo partito, diviso verticalmente in due sezioni.

Nella destra araldica, parte sinistra per chi guarda, è rappresentato l’emblema della Congregazione Verginiana di Montevergine. La croce patriarcale a due bracci con un cerchio che racchiude il braccio superiore, sormontato da una corona, si eleva da un monte a tre cime, elemento già presente in altre congregazioni verginiane, ma che, come riporta l’abate Giordano, nel nostro caso potrebbe essere un chiaro riferimento alla conformazione del massiccio del Partenio, su cui sorge l’abbazia. Ai lati della croce compaiono le iniziali «M. V.» (Mons Virginis).

Nella sinistra araldica, destra per chi guarda, è raffigurata l’arme personale dell’abate con una fontana zampillante, attributo che si usa quando l'acqua fuoriesce con forza dalla fontana, schizzando verso l'alto.

Nell'araldica ecclesiastica, la fontana zampillante viene utilizzata per il suo profondo simbolismo teologico legato alla grazia divina, al battesimo e alla diffusione della Parola di Dio. Mentre nell'araldica civica rappresenta principalmente una fonte inesauribile di sapienza, virtù o aiuto verso il prossimo, nel contesto religioso assume un significato spirituale derivato dalle Sacre Scritture e dalla liturgia cattolica.

Innanzitutto richiama Cristo, definito nei Vangeli come "fonte di acqua viva che zampilla per la vita eterna"; l’atto del getto dello zampillo simboleggia l'effusione della grazia dello Spirito Santo sull'umanità.

La fontana rappresenta la rinascita spirituale perché purifica l'anima dal peccato e lascia entrare il fedele nella comunità della Chiesa.

Per un vescovo o un cardinale, lo zampillo che si eleva e ricade per dissetare il terreno simboleggia l'obbligo di diffondere la dottrina cristiana. L'acqua rappresenta il nutrimento spirituale che il pastore deve riversare sui fedeli a lui affidati.

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