Il capitolo generale del 1704 trovava la congregazione verginiana in sede vacante. Fu questa la ragione ultima per cui il papa Clemente XI, il 5 aprile 1704, designò come presidente del capitolo il cardinale Orsini (RC IV, 225). Altre ragioni che spinsero il sommo pontefice a questo intervento diretto furono le importanti questioni sulle costituzioni, che si dovevano determinare in quel capitolo.
Difatti, appena convocati i 18 capitolari, il cardinale Orsini, prima di tutto, lesse il breve pontificio che lo riguardava personalmente, in quanto conteneva la nomina a presidente del capitolo, poi fece leggere una lettera della S. Congr. della Disciplina regolare, la quale, per ordine del sommo pontefice, richiedeva che il cardinale esplorasse la volontà dei capitolari se reputavano bene si continuasse nella esecuzione dei brevi di Clemente IX e Innocenzo XII, sul turno delle province nelle elezioni delle supreme cariche della congregazione, o proponevano delle modifiche, che, necessariamente, bisognava specificare (RC IV, 255).
Una seconda lettera, della stessa sacra congregazione,in data 5 aprile 1704, nominava di nuovo a visitatore apostolico e delegato della S. Sede il cardinale Orsini, con ampia facoltà nella congregazione verginiana.
In una terza lettera, della stessa sacra congregazione, ugualmente in data 5 aprile, era accluso un foglio di regolamenti per la congregazione verginiana, sui quali però si doveva domandare il parere dei padri capitolari, oltre quello dello stesso cardinale Orsini, inviando poi i pareri raccolti alla S. Sede. Richiesti i voti, furono inviati sollecitamente alla S. Sede (RC IV, 226-28), che li approvava il 15 settembre 1704 e poi venivano solennemente promulgati nel capitolo generale del 1705 (RC IV, 235).
Dopo tutti questi atti preparatori, si procedette all'elezione dell'abate generale, che, questa volta, doveva essere scelto tra gli abati della provincia di Principato Ultra. I voti conversero su Onorio De Porcariis, di Avellino, che, al lº scrutinio, ebbe 16 voti favorevoli e uno contrario.
Questa volta non era un giovane che prendeva le redini della congregazione; si trattava di un vecchio di circa 75 anni, e che era abate da 36 anni. E’ interessante notare che, sia lui sia gli altri religiosi della sua famiglia, molto raramente vengono designati col cognome De Porcariis; per essi la determinazione abituale è quella del luogo di origine.
Il capitolo generale del 1704 fu particolarmente importante per i provvedimenti che vi si presero sotto la presidenza del cardinale Orsini.
Innanzi tutto, riguardo alla soddisfazione degli oneri delle messe, si decretò che, in genere, le messe manuali per grazie da ricevere dovevano senz'altro essere celebrate al santuario, e al più presto. In particolare poi, si stabilì che le messe che si portavano al santuario nelle due grandi feste della Pentecoste e dell'8 settembre, se esse erano per grazie da ricevere, dovevano celebrarsi a Montevergine almeno fra due mesi, mentre le messe con altre intenzioni potevano celebrarsi nelle chiese di altri monasteri.
Quanto poi alle messe o ricevute o inviate in questi altri monasteri, esse dovevano celebrarsi sollecitamente. Qualora i monaci non fossero sufficienti a soddisfare agli oneri di tali messe, o non dovevano riceverne altre o trovassero dei sacerdoti fidati per la loro piena soddisfazione.
Molto interessante un provvedimento riguardo alla provvista dei generi alimentari al santuario. Siccome il cellerario di Loreto aveva cura di provvedere per il vitto a Montevergine, si faceva la dolorosa constatazione che, per lo più, o non si mandava la roba a tempo opportuno o in tanta quantità che, non potendosi consumare sollecitamente, o si perdeva o si doveva mangiare guasta dai monaci. Perciò ora si stabilisce che venga addossata all'abate decano la provvista di tali cibi. Come assistente nel luogo, egli doveva avere la carità di provvedere a tempo opportuno il monastero «affinché i monaci rimangano ben trattati». A questo scopo, scendendo a qualche particolare più notevole, si fissava «che in avvenire si provvedesse di buon grano in luogo della farina, che si è sperimentato non potersi lungamente ben conservare, onde il pane è riuscito sempre di mala qualità». Perciò si ordinava che si accomodasse il mulino, che vi era anticamente al santuario, e per la macina si dovessero servire «della mula viziosa che vi è nel Loreto»; mentre, per la conservazione del grano, si doveva destinare in Loreto un magazzino ben capace, e in Montevergine una stanza molto asciutta «colli cassoni di legno».
Un altro particolare che non ci deve sfuggire: l’olio per le vivande doveva del tutto provvedersi dalle nostre montagne, perché era più dolce, mentre quello per i lumi poteva farsi venire dalla Puglia, perché questo era più grasso e di maggiore durata.
La carità del cardinale si estendeva, con lo stesso buon zelo, anche ai monaci afflitti nel carcere. A vantaggio di costoro si stabiliva che le due carceri criminali, allora esistenti, dovevano trasformarsi per altro uso, perché il luogo era umido e oscuro, avendo una luce al tutto insufficiente. D'ora in poi dovevano, invece, servire per questo doloroso uso altre stanze, che venivano accuratamente determinate, prendendosi gli opportuni provvedimenti per la loro sicurezza.
Con questo intervento diretto della S. Sede, si metteva accanto all'abate generale il sostegno del cardinale Orsini, inizialmente per sei mesi, poi rinnovato per un periodo più lungo. Dobbiamo però riconoscere che la sapiente assistenza del cardinale non distruggeva la libertà di azione del neoeletto; piuttosto la rendeva più forte e illuminata per il bene della congregazione.
Una delle prime cure del De Porcariis fu quella di far iniziare un nuovo registro, quello dei capitoli conventuali per l'ammissione dei novizi di Montevergine alla professione: con ciò si completava una provvista analoga del suo immediato predecessore (B 277: a. 1704-1775). Nel capitolo generale dell'anno seguente, 1705, si cercò di ovviare ad un altro inconveniente, che si verificava nei frequenti traslochi dei religiosi da un monastero ad un altro, riducendo al minimo i bagagli che dovevano andare in giro. Si stabili pertanto che, partendo da un monastero, per andare di stanza in un altro, si dovessero consegnare al superiore locale le suppellettili dei letti, consistenti in «mante di lana, lenzuola, copertuoli, coscini e vesti di essi» (RC IV, 239).
Fra le proposte, presentate e accettate dai capitolari, alcune sono degne di essere menzionate singolarmente. Gli abati che rassegnavano il governo delle abbazie, per reggere un priorato, potevano scegliere tra Palma, Lauro e Ariano; invece quelli che volevano ritirarsi del tutto dal governo, potevano fissare la loro residenza in Napoli, Loreto, Aversa o Capua.
Si costituisce una commissione di abati per stabilire tre tasse sui monasteri della congregazione: una di 307 ducati per le suppellettili stabili delle celle, specialmente per quanto si riferiva ai letti dei religiosi; un'altra, di 170 ducati, per le suppellettili delle sacrestie; e una terza, di 107 ducati, come sussidio per gli infermi. La commissione, formata dall'abate generale e dagli abati Giovanni Paolo Torti, Bartolomeo Sorrentini e Agostino Candido, dopo matura riflessione, avendo considerato attentamente le rendite e gli oneri dei singoli monasteri, finalmente il 5 giugno 1705 fissò la tabella, che doveva aver valore permanente, senza che si potesse applicare per altri scopi quel denaro. Esso perciò doveva essere depositato nella cassa comune per spenderlo rispettivamente secondo la destinazione fissata (RC IV, 239 e 241).
Dovendosi metter mano alla confezione della grande Platea dei beni di Montevergine del Monte, secondo quanto era stato stabilito fin dal 1692 dal cardinale Orsini nella sua visita apostolica, si ottiene dallo stesso cardinale, che ora era ritornato ad esercitare il delicato ufficio di visitatore apostolico, la dispensa della residenza per il priore di Avellino, Emiliano Torti, affinché questi possa essere di aiuto in quel lavoro, in quanto egli «più d'ogni altro monaco sa i beni e le rendite del sopradetto monastero » (RC, 239).
La Platea fu eseguita dal notaio Fabrizio Marena e ne risultò un'opera monumentale (B 1).
Deve essere posta in relazione con la confezione di questa Platea l'istanza, presentata alla S. Sede, di incaricare l'arcivescovo di Benevento e il vescovo di Avellino, perché fulminassero la scomunica contro gli ingiusti detentori dei beni del monastero, obbligandoli a rivelare tali beni, mobili e immobili, con particolare riferimento a quanti avevano recato al monastero un danno valutato 50 ducati (Reg. 6135).
L'arcivescovo di Benevento e la sua curia diedero esecuzione alla pubblicazione della scomunica nel senso voluto dai verginiani, come risulta da un bando del 6 dicembre 1707 (B 307). L'abate generale ebbe la gioia di veder riabilitato il padre Serafino Gallo, di cui ci siamo già occupati più sopra. Questi aveva dovuto scontare la condanna di due anni di carcere nel monastero di Montevergine del Monte, dove, oltre i patimenti inerenti al carcere, aveva fatto una continua quaresima e altre penitenze, prescritte nella Regola a carico degli apostati, in conformità della condanna del vescovo di Comacchio, Nicola D'Arcano, giudice delegato della S. Sede (cf. RITZLER-SEFRIN, V, 165). Il Gallo era caduto anche nell'interdetto, in quanto aveva celebrato nello stato di apostasia. Chiesta umilmente l'assoluzione, questa gli era stata concessa il 25 febbraio 1706 (RC IV, 241v).
Anche il diacono Antonio Sanarotti, che noi troviamo in carcere fin dall'aprile 1701 (RC IV, 206v), il 13 marzo 1706 riceve una sentenza favorevole da parte della nunziatura di Napoli, di non dover essere più molestato e si imponeva perpetuo silenzio al fisco apostolico, perché quel verginiano aveva scontato la pena dovuta.
Si trattò, invece, di qualcosa meno grave per il padre Gaetano Giannuzzi, quando il 30 marzo dello stesso 1706 gli si concesse da parte della S. Penitenzieria apostolica l'assoluzione per aver letto dei libri proibiti, senza la debita licenza (B 215).
Se ora passiamo dai monaci ai loro monasteri, vediamo quello di Napoli, che avanza una domanda alla S. Congr. della Disciplina per avere dei giovani professi in quella casa. A giustificare la supplica, si può assicurare che ivi «s’osserva da tutti i monaci l'esatta osservanza regolare e la vita comune prescritta dalla S. Sede». Dato il voto positivo anche del procuratore generale, si ebbe il rescritto favorevole il 9 marzo 1706 (RC IV, 242).
L'abate De Porcariis non ebbe modo di far di più e di meglio. Comunque, un cronista contemporaneo, parlando del suo governo, dopo aver messo in rilievo la sua età matura, non esita a dire che egli resse la congregazione con somma umanità. A corroborare questo giudizio lusinghiero, ci piace mettere qui a riscontro un altro giudizio pronunziato ufficialmente su di lui quando egli era giovanissimo. Trovandosi in Napoli nella qualità di procuratore alle liti, il 26 gennaio del 1665 fu eletto priore di Castelbaronia; ma contemporaneamente si domandava alla S. Congr. dei Vescovi e Regolari la facoltà che si potesse mettere un vicepriore in quel monastero, facendo continuare il De Porcariis nel suo ufficio di procuratore alle liti, perché «religioso di zelo e peritissimo in detto officio» (RC III, 195 sg).
Gli altri dieci anni di vita, che il Signore gli concesse dopo il generalato, il De Porcariis li passò nel governo del monastero di Arienzo, dove piamente si addormentò nel Signore nell'ottobre 1716 (RC IV, 304v).
In questo modo anche l'abate Onorio da Avellino dava il suo apporto perché la congregazione verginiana potesse continuare onorevolmente il suo cammino nel tempo.