RAMIRO GIRARDI
di Cervinara (30 aprile 1719 - 26 aprile 1722)
L'unanimità dei voti al primo scrutinio non va mai sottolineata abbastanza in queste elezioni del settecento verginiano. L'eletto era Ramiro Girardi, di Cervinara; e, anche questa volta, veniva messo a capo della congregazione un abate anziano, in quanto egli contava circa 62 anni, e si era molto esercitato sia nelle lettere, con la lunga carriera nei monasteri verginiani come lettore, sia nel governo diretto dei monasteri come priore e abate in circa 25 anni, dal lontano 1695 quando fu eletto priore di Palma Campania.
Nel primo capitolo generale, non furono molte le deliberazioni prese, ma non possiamo passare sotto silenzio l'aver inculcata la fedele osservanza della bolla di Alessandro VII, Contra ambientes, cioè contro coloro che si fossero raccomandati a persone estranee alla congregazione, per aver uffici e conseguir dignità nella stessa congregazione.
Invece possiamo considerare nell'ordine abituale delle cose a Montevergine la deliberazione di continuare una lite con Ospedaletto, di cui dovremo occuparci in seguito.
Riguardo alla benedizione abbaziale, il Girardi seguì l'esempio del suo immediato predecessore; perciò si rivolse anche lui al cardinale Orsini. La data fissata fu il 14 maggio, domenica quinta dopo Pasqua.
Si ripetette sostanzialmente quanto si era effettuato tre anni prima, anche se in scala un pò ridotta, proveniente dal carattere più umile e riservato del Girardi. Come sempre, il cardinale fu largo di ospitalità, mettendo ancora una volta a disposizione dell'abate generale la sua muta a sei. Alla festa non mancarono di partecipare i nobili della città e l'intero Capitolo cattedrale.
Con l'abate Girardi erano solamente i due abati conbenedicenti (Raimondo Caputo e Flavio Penza) e l'abate decano Vittorino Piro.
Il giorno seguente, 15 maggio, il cardinale fece accompagnare per due miglia con la sua stessa carrozza l'abate generale e il suo seguito.
Rimessisi sul proprio calesse, proseguirono diritti per Loreto.
L'abate generale si mostrò particolarmente attivo nei lavori al santuario. Già il 16 luglio 1719 noi troviamo che si stipula un contratto con Silvestro Del Sorbo, di Avellino, per il lavoro della soffitta alla cappella del reliquiario di Montevergine, da completarsi per tutto il mese di maggio dell'anno seguente (B 167).
In questi lavori trovò un valido collaboratore nell'abate decano e, più ancora, nel cellerario maggiore Michele Del Re. Anzi per poter dare a costui questo importante e delicato ufficio, dovette inoltrare una supplica alla S. Sede, ottenendo per il Del Re la dispensa di nove mesi di pratica, che ancora si richiedevano, stando ai requisiti richiesti dalle costituzioni perché uno potesse essere assunto come cellerario maggiore (B 215: 15 giugno 1719).
In un contratto, stipulato il 15 giugno 1720, il Del Re affidò al maestro Antonio Iovane, di Napoli, certi lavori in ottone per Montevergine, da consegnarsi entro il 15 luglio prossimo (B 167).
Ma l'opera più importante, eseguita dall'abate Girardi in questo triennio di governo, fu la creazione di una grande biblioteca a Montevergine.
Già l'abate Giordano, circa 80 anni prima, si era procacciata imperitura riconoscenza dai posteri col creare, in una comoda sala in fondo al corridoio della Loggia, un capace scrittorio, che agevolò notevolmente professori e alunni dello studio verginiano.
Ora l'abate Girardi fa qualche cosa di più e di meglio.
Sfruttando debitamente l'ambiente, che si trovava sotto il professorio e che era stato fabbricato un secolo prima dall'abate generale Paolino Barbieri, vi crea un'ampia biblioteca (m. 25,60 di lunghezza per 7,90 di larghezza) con scaffalatura di noce, e la arricchisce di numerosi e importanti volumi.
Nella lapide, che il Girardi vi fece apporre presso l'ingresso, si può tuttora leggere lo scopo che egli si prefisse: provvedere al profitto e agli studi degli asceti verginiani.
Ma anche nei monasteri della congregazione si lavorava con ritmo più o meno intenso, secondo le circostanze particolari dei singoli luoghi. Nella chiesa di Casamarciano, noi troviamo in questi anni l'artista Domenico Antonio Vaccaro, che noi abbiamo già incontrato a Montevergine nel 1718, a proposito della nuova statua di S. Guglielmo. Quella chiesa ricevette una veste completamente rinnovata in modo da divenire la più bella chiesa della congregazione (B 166: a. 1721-1725, f. 17v).
Un'altra importante iniziativa dell'abate Girardi fu quella di far compilare una nuova ampia Platea o inventario di tutti i beni di Montevergine con piante dei singoli stabili. Ne fu affidato l'incarico al notaio Salvatore Iacenna, di Mercogliano, che, a sua volta, si servì del regio agrimensore Bartolomeo Cocchi, di Benevento. Sono preziose le notizie storiche relative ai singoli beni (B 4, 5, 6).
Di particolare importanza, per le liti che si erano agitate in proposito, è la Platea relativa ai quattro principali luoghi della Montagna di Montevergine, di proprietà dell'abbazia, designati coi nomi di Nespolo, Cesine, Scalzaturo e Cerrito. Essa reca la data dell'11 luglio 1721 (B 6).
Ma all'abate Girardi non mancò neppure qualche dispiacere. Uno glielo causò il verginiano Salvatore Crisafulli, falsificando di due anni il suo certificato di nascita, per farsi ordinare suddiacono prima di aver raggiunta l'età canonica. Avendo poi esercitato l'ordine sacro ricevuto, era caduto nell'irregolarità, per cui si dovette domandare la dispensa alla S. Sede, che venne concessa il 25 luglio 1721 (B 215).
Come a compensarlo di questo dispiacere, e di altri immancabili nel governo della congregazione, venne un elenco di grazie, capitoli e privilegi, concessi ai baroni del Regno dall'imperatore Carlo VI il 25 maggio 1720, in quanto tali privilegi trovavano applicazione anche nella persona dell'abate generale come barone del Regno.
Anche le università o paesi soggetti alla signoria di Monte vergine si videro in quel tempo riconosciuti gli antichi privilegi con una sentenza della regia Camera, del 1721 (B 215).
Intanto, continuava quel movimento di studio sulle costituzioni verginiane, che si era aperto col capitolo generale del 1707, quando si era prospettata una loro rielaborazione. Così, l'l1 aprile 1722, troviamo una trattazione sulla interpretazione della conferma degli abati, oltre il triennio, nei monasteri che essi reggono. E su questa materia interviene anche una lettera del cardinale protettore al procuratore generale a Roma (B 174).
Una settimana dopo, lo stesso cardinale Imperiali inviava un'altra lettera in ordine alla provvista dei priorati nella congregazione (B 216).
Come a preparare l'ambiente per le nuove costituzioni e a superare i limiti ristretti da esse imposti, in questi anni si farà spesso ricorso alla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, per ottenere conferme e proroghe nel governo dei monasteri.
Ma ormai è terminato anche il triennio di generalato dello abate Girardi. Il suo cammino nel corso della storia di Montevergine ha lasciato, particolarmente al santuario, una tale impronta di bene, che si farà sentire, secondo il turno delle province, due volte ancora la necessità di averlo a capo della congregazione.
La Divina Provvidenza, del resto, gli concederà una prospera longevità, in modo che dopo questo primo generalato, egli avrà ancora 24 anni di proficuo governo abbaziale.
In attesa di ritornare a parlare di lui, vediamo quale candidato presenterà al generalato la provincia di Principato Citra, alla quale ora spetta il diritto di dare il superiore alla congregazione verginiana.
RAMIRO GIRARDI
rieletto (30 aprile 1730 - 26 aprile 1733)
Il 21 febbraio 1730 si verificava la morte del papa Benedetto XIII. La debolezza di carattere del defunto sommo pontefice e la sua credulità lo avevano fatto cadere vittima della sfrontatezza inaudita del cardinale Coscia, e perciò si era diffusa nel conclave l'avversione alla elezione di un frate, perché - si diceva - non basta essere un religioso eccellente per riuscire anche un papa capace. Qualche conseguenza meno opportuna di quel pontificato si era potuta constatare anche nella congregazione verginiana, ma per Montevergine erano di lievi nei, assorbiti completamente dai vantaggi positivi che si poterono ricavare da quel pontificato.
Al momento del capitolo generale, celebrato il 30 aprile, il conclave era ancora in piena attività, perché solo il 12 luglio verrà eletto il nuovo papa, nella persona del cardinale Lorenzo Corsini, che prenderà il nome di Clemente XII e terrà il triregno sino al 6 febbraio 1740, quando, cieco e debolissimo, finirà la vita a 88 anni. In queste circostanze generali della Chiesa, il capitolo generale dei verginiani si svolse a stretto tenore delle costituzioni, senza alcuna diretta ingerenza della S. Sede. Si riprendeva la tradizione, ormai inviolata, dell'elezione all'unanimità al primo scrutinio, avvenuta il 30 aprile 1730.
Ad un abate generale rieletto, Gallo Gallucci, succedeva un altro abate generale, pure rieletto, Ramiro Girardi, il quale, pur contando ora i suoi 73 anni di età, si mostrava pieno di energia e con una costituzione robustissima. Ma, a differenza del suo predecessore, che nei due capitoli da lui celebrati non aveva emanato quasi nessun ordine particolare di una certa importanza, l'abate Girardi cominciò subito una serie di ordini, precisi e minuziosi.
Per la recita dell'ufficio divino, si rimise alla prudenza dei superiori locali la determinazione se recitare il Mattutino e le Lodi alla sera precedente o al mattino; si ribadì la duplice meditazione nelle ore solite di Prima e di Compieta; si inculcò la redazione degli inventari particolari dei singoli religiosi; si rinnovò l'obbligo di riporre il denaro nella cassa comune. Questi ultimi ordini furono di nuovo rinnovati nel capitolo generale del 1732 (RC V, 80v).
Quanto agli indumenti, nessuno doveva ardire di vestire altro colore all'infuori di quelli permessi dalle costituzioni verginiane; si doveva poi eliminare del tutto l'uso di fibbie, di qualsivoglia specie; erano ugualmente escluse le «scarpe a paletta»: queste dovevano essere «modeste e religiose»; esclusi parimenti i cappelli «a lucerna», cioè «a tre pizzi», e i cappotti detti «soprattoni». In una parola, si voleva che gli abiti monastici fossero confezionati «con dovuta modestia e religiosità, e non alla milorda e secolaresca». Gli abiti che venissero trovati in opposizione a siffatte norme «saranno tutti tagliati e squarciati».
Per i giuochi, troviamo una novità. Questa volta, accanto alla menzione di quelli proibiti (come quelli delle carte, dei dadi e simili), si ricordano espressamente alcuni giuochi permessi, come quelli delle bocce, degli scacchi e «altri giuochi leciti ed onesti, senza offendere il voto della povertà». Era ovvia la proibizione della caccia e il tener armi «anto da toco che da ferro».
Per i fratelli, sia professi che «tertiarii», si ingiungeva tassativamente di portare sempre la «tosa» al di sopra delle orecchie, secondo il prescritto delle costituzioni. Per i trasgressori non mancava la comminazione di pene draconiane: per i professi, sei mesi di carcere; per i terziari, il licenziamento dalla congregazione.
Molto pratica era la prescrizione riguardante l'ospitalità nel monastero di Napoli. Questa non doveva pesare nel bilancio di quel monastero; perciò si stabiliva: gli abati dovevano corrispondere tre carlini al giorno, quattro se recavano anche il fratello, e questo anche per il solo pernottamento; gli altri religiosi, un carlino al giorno e l'applicazione della santa messa, oppure due carlini senza l'applicazione della messa (RC V, 63-64).
Alcuni di questi ordini furono di nuovo inculcati l'anno seguente, come quelli riguardanti i giuochi permessi e quelli proibiti e la modestia nel vestire. Se ne aggiunsero altri, come quello riguardante la proibizione di pernottare fuori del monastero, senza licenza dell'abate generale, salvo quanto è permesso dalle stesse costituzioni; si sottolineò la proibizione di recarsi a Napoli; si ricordò ai padri, che si davano alla predicazione, di fornirsi, anno per anno, della relativa patente (RC V, 72v).
Dati questi molteplici ordini emanati, nei capitoli generali seguenti spesso si fece ad essi rimando, senza bisogno di ripeterli singolarmente.
Un vincolo particolare di affetto legava l'abate Girardi al monastero di Marigliano, dove egli era stato superiore e dove poi chiuderà gli occhi alla vita terrena. A mostrare sensibilmente questo suo animo, lasciò a quell'abbazia un capitale di 812 ducati, di suo deposito, riservandosene la rendita annuale durante la sua vita. Il definitorio approvò questo lascito il 15 settembre 1730 (RC V, 67). Altro capitale, per lo stesso monastero, l'abate generale lo assegnò l'anno seguente e il definitorio lo approvò il 30 giugno 1731.
Il 28 ottobre di quell'anno 1730 segnò per Montevergine una data molto movimentata: la visita del viceré e capitano generale del Regno, Luigi Tommaso Raimondo, conte d'Harrach. Il segretario del capitolo volle consacrarne il ricordo con una accurata descrizione, inserita negli atti ufficiali della congregazione.
Ma il 1730 non doveva terminare per Montevergine senza un piccolo dispiacere, che mostra chiaramente come sulla cattedra di S. Pietro non sedeva più papa Orsini, ma papa Corsini, quel papa che aveva permesso un processo contro il cardinale Coscia, per cui questi era stato colpito di scomunica maggiore, condannato ad una prigionia di dieci anni, a multe ingenti e alla perdita dei benefici ecclesiastici.
Dunque, il 2 dicembre, il papa revocava il breve del 29 marzo 1729 di Benedetto XIII, per cui la congregazione verginiana ricadeva per alcuni aspetti solto il potere del nunzio apostolico di Napoli. Era, evidentemente, un grande passo indietro in quella esenzione, che stava tanto a cuore ai verginiani di quel tempo.
Si dovette ingoiare il boccone amaro senza fiatare, tanto più che il papa allora subiva delle gravi umiliazioni per le ingerenze imperiali su Napoli.
Ma, se motivi di ordine superiore avevano spinto il papa Corsini a dare al nunzio apostolico in Napoli un potere sui verginiani, in altre circostanze lo stesso sommo pontefice volle mostrarsi generoso di grazie verso la congregazione.
L'occasione gliela diede l'abate generale in un lungo esposto.
Premettiamo che, nella terminologia allora vigente, si chiamavano abati di primo ordine gli abati generali, abati di secondo ordine tutti gli altri. Sappiamo pure che nella congregazione verginiana gli abati di secondo ordine si ebbero solo in forza del breve di Paolo V, del 19 maggio 1611, quando fu pure concessa agli abati verginiani anche la comunicazione dei privilegi di cui godevano gli abati camaldolesi.
Ora, in forza di questi privilegi, dal 1611 al 1725, questi abati di secondo ordine non erano stati mai benedetti, perché, senza bisogno di alcuna benedizione, potevano esercitare il loro ufficio nel temporale e nello spirituale.
Senonché, Benedetto XIII, nel 1725, emanò la costituzione Commissi nobis, in cui si comandava che tutti gli abati dovevano essere benedetti, nel tempo utile di un anno dalla loro elezione, dal vescovo diocesano. Unica eccezione era fatta per quegli abati che dalla stessa S. Sede avevano ricevuto direttamente il privilegio di poter fare a meno di tale benedizione. Ricadevano espressamente nella regola generale coloro che precedentemente godevano dello stesso privilegio solo per via di comunicazione, come erano effettivamente i verginiani. Si rese perciò necessario che gli abati di nuova nomina nella congregazione ricevessero la benedizione dal vescovo diocesano.
L'abate generale fece notare al sommo pontefice che per questa benedizione occorrevano per ogni abate molte spese e gravi incomodi, in danno e detrimento sia dei monasteri che degli altri due abati assistenti e degli altri monaci, che, per questa ragione, erano costretti a vagare fuori dei chiostri. Non si omise di ricordare che quasi tutti gli abati dell'Ordine di S. Benedetto, specialmente i cisterciensi, godevano dello speciale privilegio, in forza del quale l'abate generale dell'Ordine poteva benedire gli abati nuovamente eletti e soggetti alla sua giurisdizione.
Si domandava, perciò, anche per l'abate generale dei verginiani il privilegio di poter procedere alla benedizione degli abati di secondo ordine della congregazione. Il papa benignamente concedeva il privilegio il 10 settembre 1731.
I tempi erano mutati a Roma, e perciò si alternavano piaceri e dispiaceri. Un piccolo fastidio ricevette, infatti, il procuratore generale per parte della S. Congr. della Disciplina Regolare. Il prefetto di questa congregazione romana, che, come già sappiamo, era lo stesso cardinale protettore Imperiali, aveva diramato una circolare per sapere quali erano i conventi o monasteri approvati e dichiarati di osservanza e vita comune, e quali no, in tutta Italia e nelle isole adiacenti. Si doveva inoltre specificare il tempo in cui si era avuta tale approvazione con altre dettagliate notizie. Era un vero e proprio censimento e insieme una chiarificazione dello stato di cose dei singoli monasteri e conventi d'Italia.
Alla lettera, datata da Roma il 26 marzo 1732, rispose da Sant'Agata ai Monti il procuratore generale il 30 aprile, stabilendo le seguenti categorie: a) Monasteri approvati per il noviziato: Montevergine con decreto per mandato di Alessandro VIII del 13 settembre 1655, Casamarciano (13 settembre 1709); b) approvati per professori: Casamarciano, Marigliano, Aversa, Roma (13 settembre 1655), Napoli (6 marzo 1706), Capua e Goleto (16 settembre 1711); c) abbazie approvate per l'osservanza e vita comune: Sant'Agata di Puglia, Montefalcione, Arienzo, Airola e Penta (10 marzo 1711), Candida (21 luglio 1711), Formicola (15 aprile 1712); d) priorati approvati per l'osservanza e vita comune: Pozzuoli e Ariano (10 marzo 1711), Avellino, Palma e Lauro (21 luglio 1711), Bagnoli (16 settembre 1711); e) abbazie, delle quali non si trova registrata l'approvazione, ma che sono tenute per tali, perché in esse vi è l'osservanza e la vita comune, come negli altri monasteri: Nocera e Castelbaronia; f) finalmente, priorati dei quali ugualmente non si trova l'approvazione nei registri, ma che sono tenuti per tali, perché anche in essi vige l'osservanza e la vita comune: Terranova, Massadiruta, Montoro e Altavilla Irpina (RC V, 75; B 174).
L'abate Girardi, in questo suo secondo triennio di generalato, ottenne per Montevergine un privilegio, che fece accrescere notevolmente il prestigio dell'abate generale della congregazione. Egli espose al sommo pontefice che, pur avendo nei territori soggetti all'abbazia tutti i poteri episcopali, non godeva della facoltà di amministrare ai suoi sudditi il sacramento della confermazione, pur godendo di tale privilegio le abbazie di Montecassino e di Cava, dello stesso ordine di S. Benedetto. Supplicava, perciò, il papa a concedere quel privilegio allo stesso modo come già l'usavano le nominate abbazie benedettine.
Il papa prima richiese il parere e il voto del cardinale Sinibaldo Doria, che si espresse favorevolmente il 19 aprile 1732, poi, il 14 maggio, accogliendo la supplica, inviava l'apposita bolla pontificia con la quale si stabiliva che gli abati generali della congregazione di Montevergine pro tempore, rivestiti degli abiti pontificali, in qualunque tempo, potevano conferire la Cresima ai loro sudditi, come solevano farlo gli abati di Montecassino e di Cava.
Naturalmente, la bolla aveva richiesto delle spese, che vennero sollecitamente coperte mediante una speciale tassa imposta ai singoli monasteri (RC V, 82-83).
Ma se l'abate generale era molto attivo, anche l'abate decano di Montevergine, che stava a più immediato e continuo contatto con la comunità del santuario e del cenobio montano, non ometteva di provocare da parte della S. Sede quegli interventi che si credevano opportuni per il migliore andamento della vita monastica. Ora precisamente l'abate decano Pietrantonio Ansalonevolle assicurare l'incolumità della biblioteca di Montevergine, che con tanti sacrifici era stata formata dallo stesso abate Girardi durante il suo primo generalato. Pertanto egli provocò da parte del papa delle misure, che oggi possono sembrare eccessive, ma che tali non parvero ai suoi contemporanei, anche se in seguito dovettero mitigarsi.
Venne rivolta supplica al papa, perché sancisse con la sua autorità apostolica che nessuno, di qualunque stato, grado o condizione, osasse portar via dalla biblioteca di Montevergine libri, quinterni, fogli, stampati o manoscritti, sia quelli collocati dall'abate Girardi sia quelli che in seguito vi saranno posti da chiunque altro e spettanti alla stessa biblioteca. Il papa, anche questa volta, accoglie la supplica e stabilisce contro i trasgressori la pena di scomunica late sententiae, riservata al sommo pontefice, dalla quale nessuno, eccetto il papa, potrà assolvere se non in articulo mortis (Reg. 6208).
Un ultimo intervento della S. Sede nelle cose verginiane fu provocato dal vescovo di Avellino, Mons. Torti. Le relazioni tra l'abbazia e questo vescovo verginiano si conservarono sempre quanto mai cordiali, con vantaggio delle due parti. Già in altra circostanza il Torti domandò e ottenne l'abate Berardino De Ciuceis come suo convisitatore; ora si presentò un altro caso, in quanto gli venne a mancare il professore per l'insegnamento della filosofia e teologia in seminario. A questo scopo ottenne il padre Luca Barra. Ma con questo favore al vescovo non si volle recare alcun danno allo stesso Barra; perciò si supplicò la S. Sede che tale insegnamento venisse computato come se fosse stato impartito nei monasteri verginiani riguardo ai requisiti per la dignità abbaziale. La S. Sede, il 9 maggio 1732, rimise la concessione della grazia alla prudenza dell'abate generale; e questi concesse volentieri quanto era stato chiesto (30 maggio 1732).
Purtroppo, il 1732 non doveva passare senza lasciare un doloroso ricordo nei verginiani: il 29 novembre un tremendo terremo to scosse tutta l'Irpinia causando ingenti danni ai nostri monasteri.
Furono particolarmente rovinati Loreto, Terranova, Ariano. Per quel che si riferisce a Loreto, siccome le fabbriche avevano già subito notevoli danni per altri due terremoti, verificatisi negli anni precedenti, le scosse telluriche del 1732 in parte fecero crollare e in parte resero pericolanti i vari reparti di quell'antico edificio. I danni furono a tal punto gravi che, da allora sino al capitolo generale dell'aprile dell'anno seguente, i religiosi che dovettero rimanere alla custodia della casa, furono costretti a dormire nelle rimesse, stalle e abituri riservati ai bovari (ct. B 171, 1).
Nel primo momento, l'abate generale Girardi si limitò a qualche riparazione urgentissima, rimandando al prossimo capitolo generale la decisione sul da farsi: se, cioè, restaurare la vecchia casa risarcendola dai danni patiti o ricostruirne una nuova.
Nonostante la sua avanzata età, l'abate Girardi avrà ancora tempo per ritornare una terza volta a capo della congregazione, e allora potremo riassumere le sue fatiche e le sue benemerenze.
Intanto nella storia del regno di Napoli come in quella della congregazione verginiana sentiamo che il re si mantiene lontano; assorto in altri pensieri, non può interessarsi al vivo delle necessità di uomini e cose del Napoletano. Non manca invece qualche viceré ad entrare più a contatto con la vita delle nostre regioni e ad interessarsi direttamente del santuario e della congregazione verginiana. Ma tutto ciò è ben poca cosa di fronte a quello che si verificava nel periodo delle grandi e benemerite dinastie normanne, sveve e aragonesi.
Più continua e fattiva si mostra invece l'opera della Santa Sede, e ad essa deve continuamente guardare la congregazione per le direttive da prendere, per le norme da seguire. Rimarrà impressa, e a lungo, la figura dell'Orsini, prima come cardinale e poi come papa. Ma anche il suo successore, Clemente XII, ha già largito alla congregazione tali favori da essere ricordato tra i suoi insigni benefattori.
RAMIRO GIRARDI
rieletto (15 aprile 1742 - 9 maggio 1745)
La congregazione verginiana si trovava nel pieno fermento delle agitazioni, provocate dalle nuove costituzioni del cardinale Passeri, quando il triennio di governo dell'abate Del Re venne a terminare, e il regime della congregazione passò alla provincia beneventana.
Per la terza volta, gli occhi e i voti dei capitolari si puntarono sul vecchio Ramiro Girardi, ormai di 85 anni. Però, pur essendo stato eletto al primo scrutinio, questa volta non si ebbe quell'unanimità dei voti, che si era sempre verificata dal 1692 in poi: si ebbero 19 voti favorevoli e quattro contrari. Questi voti contrari provennero dal gruppo dei cosiddetti «zelanti», e furono Angelo M. Mancini da Benevento, Albenzio De Rogatis da Bagnoli Irpino, Bonifacio Del Giudice da Mercogliano e Nicola Letizia da Napoli. Le preferenze di costoro erano per il Mancini, tanto più che l'ufficio di procuratore generale, da lui esercitato in quel triennio ora terminato, doveva costituire il trampolino infallibile per il generalato. E invece questa volta le previsioni erano venute meno. Ma non anticipiamo gli eventi.
L'elezione si era avuta il 15 aprile 1742. Questa volta per il luogo del capitolo ci fu una novità. I padri capitolari, raccolti in Loreto, erano pronti per salire al santuario, dove tenere il capitolo nella solita ampia sala; ma, all'ultimo momento, ne furono distolti dalle cattive condizioni del tempo, e perciò, per quella volta, stabilirono di tenerlo dove si trovavano in quel momento.
Tutto procedette con apparente calma, anche se sul volto del vecchio abate Girardi si leggeva facilmente il dispiacere di quei quattro voti contrari.
Nonostante le nuove costituzioni, promulgate l'anno precedente, si emettono diversi ordini coi quali si determinano meglio certi particolari quanto al vestito dei monaci. Si proscrive l’uso di «capigliere» o «zazzerine», introdotto da alcuni giovani monaci e reputato biasimevole, perché di scandalo e ammirazione per i secolari.
Si confermano gli ordini del cardinale Passeri circa l'uso delle berrette di colore bianco, da usarsi dai religiosi nelle funzioni ecclesiastiche, per distinguersi dagli abati, che dovevano portarle nere.
Nel confermare quanto era stabilito circa i cappelli neri, si fa espressa proibizione delle pagliette e si prescrive che «i cappelli neri di lana non siano meno di mezzo palmo di falda». Finalmente si proibiscono le fibbie «secolaresche», mentre queste dovevano essere «modeste, picciole e coverte» (RC V, 224 sg.).
Erano davvero delle piccole prescrizioni, che non trovavano riscontro nell'agitazione che in quel momento era diffusa nei religiosi della congregazione.
Intanto il 25 settembre 1741 venne a morte il cardinale Passeri e il 12 dicembre dello stesso anno gli successe come protettore della congregazione verginiana il cardinale Carlo M. Sacripante. A lui si rivolse subito l'abate Girardi per ottenere l'approvazione del nuovo ufficio in onore della Madonna di Montevergine, per il 1º settembre, con nuove lezioni al secondo notturno del Mattutino, da recitarsi sia dal clero secolare che da quello regolare, sotto il rito di doppio maggiore. Venne approvato dalla S. Congr. dei Riti 1'8 luglio 1742 (B 290 e RC V, 229-31).
Non contento di questo, il Sacripante volle ottenere, due mesi dopo, per quest'ufficio della Madonna di Montevergine un'approvazione più solenne da parte dello stesso sommo pontefice, e insieme, il 12 settembre 1742, fece largire un'indulgenza plenaria a tutte le chiese, erette o erigende, della congregazione, da potersi lucrare dai fedeli dai primi vespri sino al tramonto del sole del giorno di quella festa, alle solite condizioni e con la facoltà di poterla applicare anche ai defunti (Reg. 6233).
Il cardinale Sacripante si mise davvero con tutto l'impegno per patrocinare il bene della congregazione affidata alla sua protezione. Infatti, prima ancora che scadesse il primo anno del governo dell'abate Girardi, ottenne dal sommo pontefice, il 27 marzo 1743, una delle più segnalate grazie per il santuario di Montevergine. Il papa concedeva l'indulgenza plenaria a tutti coloro che, confessati e comunicati, alle solite condizioni, avessero visitato la chiesa di Montevergine, e questo quante volte l'avessero fatto: indulgenza applicabile anche ai defunti. Si trattava, quindi, di una vera e propria indulgenza plenaria quotidiana (Reg. 6234).
Il 5 maggio 1743 si celebrava regolarmente il capitolo generale annuale, anche questa volta a Loreto. Tutto sembrava essere andato regolarmente sia riguardo alle elezioni e alla distribuzione delle famiglie monastiche sia riguardo ai pochi ordini specifici che erano stati impartiti. Senonché, una quindicina di giorni dopo, scoppiava una furibonda tempesta nella congregazione.
Per comprendere bene le cose dobbiamo riflettere che, nello ultimo anno di governo dell'abate Girardi, erano giunti numerosi reclami alla S. Sede, da parte di un ristretto numero di verginiani. Si esponevano dettagliatamente i motivi che dovevano muovere il sommo pontefice a stabilire nella congregazione una nuova visita apostolica.
Il papa, prestando fede a quei ricorsi, il 21 maggio 1743 invia un suo Motu proprio col quale sospendeva dall'ufficio di generale l'abate Girardi e gli assegnava come luogo di residenza il monastero di Marigliano, mosso dallo specioso motivo dell'età decrepita e degli aggravi d'infermità dell'abate generale. Contemporaneamente creava visitatore e riformatore apostolico della congregazione verginiana l'abate Mancini, conferendogli i pieni poteri a riguardo, ma con l'obbligo di assumere per convisitatore l'abate Nicolò Letizia e per segretario il priore Pascasio Anicio. Il Mancini doveva visitare tutti i monasteri della congregazione, eccetto quello di Roma, e, alla fine, presentare la relazione e gli atti della sacra visita al cardinale Sacripante. Tale sacra visita avrebbe avuto la durata sino al compimento del triennio di generalato assegnato per l'abate Girardi (Reg. 6235).
Il breve, munito del regio Exequatur, fu comunicato all'abate Mancini il 29 giugno dal notaio Francesco Luigi Montemurro, di Napoli; contemporaneamente ne venne fatta comunicazione ufficiale all'abate generale Girardi. Questi accettò con piena rassegnazione le disposizioni del documento pontificio, dando ai verginiani un nobile esempio di obbedienza e di sottomissione al sommo pontefice.
Dalla sua nuova residenza di Marigliano, attese a reggere la piccola comunità di cinque padri e tre fratelli, ma soprattutto si dispose santamente all'incontro con sorella morte, che venne a visitarlo il 17 marzo 1746, all'età di 89 anni.
Nel Necrologio verginiano si fanno notare le sue rare virtù «non meno scientifiche che morali», ma si osserva soprattutto il suo singolare amore alla povertà, per cui rimise quanto egli aveva a beneficio del monastero di Marigliano, «ove placidamente con dolce agonia volò a godere l'eterna beatitudine» (f. 31).
Con l'abate Girardi passava uno dei religiosi di vecchio stampo, attaccatissimo alle antiche costituzioni verginiane e punto amante delle audaci innovazioni che si volevano introdurre nella congregazione, Questa sua mentalità doveva metterlo necessariamente al bersaglio delle opposizioni, che facevano capo all'abate Mancini, autore principale delle nuove costituzioni. La stragrande maggioranza dei verginiani era sinceramente per l'abate Girardi, in cui poteva ammirare la santità della vita, la lucidità della mente e l'esempio vivente di un religioso modello. Ma la parte minore della congregazione era intraprendente al sommo e decisa a spingere le cose nella linea dei loro progetti, pur di far trionfare le proprie idee. Non avrebbero, però, approdato a nulla, o per lo meno non sarebbero riusciti nell'intento, se non avessero trovato degli appoggi fuori della congregazione. Le loro mene segrete portarono dapprima alla subdola redazione e promulgazione delle costituzioni del 1741 e poi allo sconvolgimento della congregazione nell'estate del 1743. Sostegno del Mancini fu dapprima il cardinale Passeri e poi il Sacripante.
L'età molto avanzata dell'abate Girardi fu un ottimo paravento perché le mene segrete di questi «zelanti» potessero svilupparsi e trovare credito presso la S. Sede.
Per quel che si riferisce all'abate Girardi, rimane vero il giudizio formulato da Bernardino Izzi, che lo disse «uomo veramente di Dio» (RC VI, 77 sg.). Alla distanza dei secoli, ci appare ancora più chiara e lodevole l'opera da lui svolta a bene della congregazione.
Vedremo ora come s'imposterà quella del suo successore.